
Che Vittorio Sgarbi stia poco bene mi duole oltre misura per l’affetto sincero che gli riservo, ma non mi sorprende e credo non debba sorprendere nessuno di coloro – non molti – che abbiano compreso cosa egli abbia fatto nella e della sua vita e cosa ancora farà. Vittorio non è un semplice critico d’arte, come altri, ma è un artista da se medesimo, perché egli ha saputo fare – cosa per lui del resto inevitabile – di tutta la sua vita l’espressione di un’opera d’arte, secondo una modalità quasi dannunziana. In altri termini, ha realizzato in misura e in modo eminenti quanto era stato elegantemente teorizzato da Oscar Wilde nel suo raffinatissimo dialogo fra due personaggi (Ernest e Gilbert) – dal titolo The critic as artist – ove appunto si rileva come la critica di rango elevato (al pari di quella di Vittorio) sia ancor più creativa della creazione artistica medesima. Ciò accade, precisa Gilbert, perché “…senza la facoltà critica, non esisterebbe nessuna creazione artistica degna di questo nome…è la facoltà critica che inventa forme nuove. La creazione tende a ripetersi”. Affermazioni queste che – anche tenendo conto della provocatorietà tipica di Wilde – necessitano di una breve spiegazione. Perché e in che senso Gilbert ci dice che, mentre la creazione tende a ripetersi, il critico è invece capace di inventare nuove forme? Wilde manifesta qui una sempiterna verità, per cogliere la quale occorre non studiare storia dell’arte sui libri, ma aver vissuto l’esperienza della contemplazione (che vale “collocare nel proprio tempio”) di una tela di Caravaggio, di Raffaello o, se si preferisce, del Discobolo di Mirone.
Occorre cioè esperire direttamente come ogni grande creazione artistica non sia mai “finita”, per il semplice motivo che ciò che resta da dire su quel determinato aspetto della condizione umana da essa rappresentato rimane molto più significativo di ciò che essa sia riuscita a dire. Come ricorda Martin Heidegger, nessun “detto” potrà mai esaurire il “dicibile”, dal momento che mentre quello è per definizione finito, questo è infinito. Ebbene, mentre l’artista si incarica di comunicare al mondo il primo, il critico assume l’arduo compito di esplorare il secondo: in questo senso, Valéry nota che “una poesia non è mai finita, è solo abbandonata”. Certamente, l’artista declinerà in molteplici forme il già “detto”, ma il critico, prendendo le mosse da quel “detto”, viaggerà verso nuovi e inimmaginabili mondi, dando loro forma e significato. Ecco perché Gilbert, con sorpresa di Ernest, potrà affermare che la critica è “una creazione dentro la creazione”. Probabilmente, nulla di diverso intende affermare l’acuta riflessione sull’ermeneutica dell’opera d’arte di Hans-Georg Gadamer – per il quale ogni interpretare è un “interpretar-si”. Similmente, Luigi Pareyson, raffinatissimo filosofo dell’ermeneutica estetica, insiste sulla caratura personale di ogni interpretazione artistica, al punto da propiziare in ciascun interprete una creatività nuova e alla prima complementare. Ecco allora ciò che per tutta la vita ha fatto Vittorio: con passione, contro i benpensanti, contro l’assenza del pensiero, contro le fumisterie dei critici buoni solo a parlarsi addosso e dai quali egli è immensamente distante.
Esplorando l’infinito di ogni possibile “dicibile”, ha creato “oltre” l’opera, rivelando a tutti gli invisibili universi ai quali l’opera soltanto alludeva. Non sorprende perciò che ora soffra di un male “metafisico” prima che fisico, perché egli è rimasto in uno stato costante di febbrile creatività, tale da estenuare anche un dio. Si tratta di un male “metafisico” perché Vittorio somatizza il peso appunto “oltre che fisico” derivante dalla fatica sostenuta ogni giorno per svolgere il compito inscritto nel suo destino; dall’incomprensione di molti; dalle invidie di troppi; dalla persecuzione di certa stampa che non ha capito nulla e che lo vorrebbe certosino ragioniere dei propri guadagni, mentre lui esce di casa senza neppure il portafogli e un euro per un caffè. Vivere come lui vive sarebbe impossibile per chiunque altro, in continuo contatto con una fiamma – quella stessa della bellezza – che brucia, ma che non consuma. Ma siamo certi che quell’infinito il cui peso porta dentro di se e che oggi lo ha sfiancato, lo farà risollevare in pienezza di vita e intelletto: come annotava Friedrich Hölderlin, “ove è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Aggiornato il 04 aprile 2025 alle ore 09:38