Marine Le Pen: sentenza capitale

Lo aveva denunciato J.D.Vance nel suo ruvido discorso di Monaco: in Europa tira una brutta aria per la democrazia e per la libertà. All’incapacità strutturale dell’Unione europea di trasformarsi in un soggetto politico unitario, in grado di competere alla pari con le altre potenze globali del pianeta, l’élite “europeiste” degli Stati membri hanno deciso di sopperire imboccando il vicolo cieco della torsione autoritaria. Richiamando alla mente le categorie schmittiane: quando il “politico” viene meno alla sua funzione di guida della società, passa la mano al “giudiziario” perché faccia il lavoro sporco al suo posto. Cioè, agisca attraverso l’eliminazione per via processuale degli avversari allo scopo di assicurare lo status quo nella conservazione di un potere scisso dalla volontà popolare che lo legittimi. Nell’attuale contingenza storica i nemici da colpire sono principalmente i sovranisti, tacciati prima di anti-europeismo e poi di intelligenza con il nemico di turno (Vladimir Putin, Donald Trump).

Ieri l’altro è toccato alla francese Marine Le Pen, leader del Rassemblement National e favorita nella corsa per l’Eliseo nel 2027. Una sentenza di primo grado di un tribunale parigino ne ha decretato la condanna a 4 anni di reclusione e l’ineleggibilità per i prossimi cinque anni perché riconosciuta colpevole, insieme ad altri 8 eurodeputati del suo partito, del reato di appropriazione indebita di fondi pubblici comunitari. La vicenda è piuttosto scivolosa. L’inchiesta, che ha portato al verdetto di condanna, ha accertato che, dai primi anni duemila fino al dicembre del 2016, l’allora Front National ha frodato l’Unione europea destinando i fondi concessi per pagare i costi dei collaboratori degli europarlamentari alla copertura delle spese dell’attività politica del partito in patria. Ora, non è nostra intenzione imbarcarci in una disputa in punta di diritto, ma ci limitiamo a constatare gli effetti di una decisione assunta in sede giudiziaria che altera l’equilibrio politico in Francia.

Purtroppo, la peggiore Italia dei tempi di Tangentopoli e dell’antiberlusconismo giudiziario ha fatto scuola in Europa. Si consolida negli intendimenti dei cosiddetti “europeisti” l’idea che il fine giustifichi i mezzi. Ne consegue che, per difendere le proprie posizioni di potere – che si presumono assiomaticamente giuste per gli interessi dei popoli europei – si possa ricorrere all’eliminazione dell’avversario per via giudiziaria. E per ammantare di legittimità democratica un indecente repulisti, si invoca il principio cardine dello Stato di diritto: l’indipendenza della magistratura rispetto alla politica. Il caso Le Pen non è l’unico esempio di giustizia piegata a fini politici al quale abbiamo assistito in tempi recenti.

C’è stato il trattamento osceno riservato al rumeno Călin Georgescu, candidato per l’estrema destra alle presidenziali nel suo Paese, che si è visto annullare dalla Corte costituzionale la vittoria al primo turno dello scorso dicembre per presunte ingerenze straniere (russe) che avrebbero distorto a suo favore l’esito del voto. Oltre all’annullamento dell’esito elettorale, la suprema corte rumena ha stabilito anche il divieto per Georgescu di ripresentarsi alle nuove elezioni. C’è stata poi la vicenda di Alternative für Deutschland. Alle recenti elezioni in Germania il partito della destra radicale ha ottenuto un grande successo ma non sufficiente perché potesse governare. Quindi, pericolo scampato per l’establishment eurocratico. Ma cosa sarebbe accaduto se AfD avesse ottenuto la maggioranza assoluta dei consensi? Vi sarebbe stata una soluzione di tipo “rumeno”, propiziata da Bruxelles. Non è sindrome da complottismo ma dato di realtà. Thierry Breton, ex commissario dell’Ue per i Mercati interni e i servizi, ha dichiarato, a proposito di una vittoria in Germania di AfD, favorita, a suo dire, dall’interferenza di Elon Musk nella campagna elettorale: “Applichiamo le nostre leggi in Europa quando c’è il rischio che vengano aggirate. Lo abbiamo fatto in Romania, e se necessario lo dovremo fare anche in Germania”.

Tutto chiaro? I campioni della democrazia e dello stato di diritto sono pronti a sospendere l’una e l’altro col pretesto della difesa dell’una e dell’altro. Gran bel bizantinismo! Sorge il sospetto che la sola legge riconosciuta dai porti forti europei sia quella dettata dall’istinto primordiale a trattenere ciò che si ha e a impedire con ogni mezzo che altri glielo strappino di mano. È la legge del più forte il quale, per lavarsi la coscienza, fa appello alle più bizzarre astrusità sofistiche, del tipo: è giusto non essere tolleranti con gli intolleranti. Bene dunque che, in Francia, per prevenire il pericolo di una vittoria della destra alle presidenziali, la giustizia elimini dalla competizione la più ingombrante pietra d’inciampo conficcatasi sulla strada spianata dei detentori del potere democratico perenne. Tuttavia, il potere logora e rende paranoici coloro che temono di perderlo. Ciò spiega il perché l’élite eurocratiche siano preda delle peggiori ossessioni autoritarie.

Riguardo alla vicenda di Marine Le Pen, i suoi nemici hanno poco da gioire. La decapitazione politica, per mano del massimalismo giudiziario – che è chirurgico e che affonda il bisturi sempre dalla stessa parte (la destra) – la trasformerà in martire della libertà e l’opinione pubblica premierà nei consensi il Rassemblement National. I sacerdoti e le vestali della casta “europeista” non hanno capito nulla dello spirito del tempo: non basterà la neutralizzazione della Le Pen ad arginare la rivolta dei ceti medi. Se è vero, come afferma il filosofo francese Marcel Gauchet, che come il “popolo” si avvicina al potere la “legge” espande il suo dominio, è ugualmente vero che il popolo ritrovi sempre i suoi spazi di sovranità, nella storia, per affermare la sua volontà. Lei ne è pienamente consapevole. Non a caso, nelle reazioni a caldo alla sentenza di condanna, ha citato Charles de Gaulle quando affermava che: la corte suprema è il popolo.

Marine sa che il verdetto più importante sarà di piena assoluzione. Ma la domanda che resta sospesa e che interroga tutti noi è: fin dove le élite eurocratiche intendono spingersi, forzando le regole del gioco, per restare salde al comando del carrozzone comunitario? Ha ragione Vincent Trémolet de Villers che, dalle colonne de Le Figaro di ieri, chiosa: “La storia recente è piena di autoproclamati garanti dello Stato di Diritto che credevano di erigere dighe contro il populismo senza vedere che il loro baluardo era uno sgabello”. È così: questa perversa aspirazione alla buona utopia, impronta indelebile della natura infida dei progressisti, non prevarrà perché la volontà popolare è più forte dei maneggi dei suoi contraffattori; perché Bruxelles, per quanto si sforzi di somigliarle, non è la Castalia narrata da Hermann Hesse e quello in cui siamo coinvolti da europei non è il magico gioco delle perle di vetro.

Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 10:01