Ci sarà mai un Berlusconi tedesco?

La scorsa domenica, il popolo tedesco si è recato in massa alle urne (affluenza: 82,5 per cento degli aventi diritto) a votare per il Deutscher Bundestag, il ramo del Parlamento (l’altro è il Bundesrat) che emana tutte le leggi di competenza della Federazione tedesca ed elegge il Governo federale. I tedeschi sono stati chiamati anticipatamente al voto rispetto alla scadenza naturale della legislatura a causa della rottura intervenuta nella maggioranza “semaforo”, dai colori dei partiti che hanno sostenuto il Governo di Olaf Scholz dal 2021: i socialdemocratici della Spd, il Partito liberale democratico (Fdp) e i Verdi del Bündnis 90/Die Grünen. I tre partiti, ritenuti dall’opinione pubblica responsabili della crisi che il Paese sta attraversando, sono stati puniti dagli elettori. I socialdemocratici hanno subito una sconfitta storica passando dal 25,7 per cento del 2021 all’odierno 16,4 per cento; i Verdi sono stati ridimensionati, attestandosi all’11,6 per cento, 3,2 punti percentuali in meno del risultato del 2021 (14,8 per cento). Malissimo i liberali (4,3 per cento), che non hanno superato la soglia di sbarramento del 5 per cento per l’accesso al Bundestag. Eppure, nel 2021 il Fdp era il quarto partito con l’11,5 per cento. Questi i perdenti, e i vincitori? Ha cantato vittoria la Cdu-Csu, che ha ottenuto il 28,9 per cento dei consensi

Un risultato che colloca il partito dei cristiano-democratici al primo posto, ma con numeri sideralmente lontani dal 48,80 per cento raggiunto alle politiche del 1983 nell’allora Repubblica federale di Germania quando a guidare il partito era un certo Helmut Kohl, un gigante in tutti i sensi. A sinistra, invece, hanno segnato un punto i “compagni” della Linke (8,8 per cento) che hanno aumentato significativamente la percentuale di consenso rispetto al 2021 (4,9 per cento). Ma l’outsider di questa tornata elettorale è stata Alternative für Deutschland (AfD), guidata da Alice Weidel. AfD ha raccolto il 20,8 per cento dei consensi, raddoppiando il dato del 2021 (10,3 per cento). Che è un risultato sorprendente per essere AfD partito di estrema destra, tacciato di simpatie neonazista e ostracizzato dalle altre forze politiche. Il quadro che emerge dalle urne di ieri l’altro ci consegna una Germania profondamente cambiata nei suoi orientamenti ideali e programmatici. La sinistra rosso-verde del fanatismo ambientalista e della tolleranza verso l’immigrazione illegale è stata bocciata dagli elettori. Come sono stati cassati i liberali, sostenitori dogmatici – e perciò fuori tempo – dell’austerity nella gestione del bilancio pubblico, nemici giurati del deficit nella spesa corrente. I tedeschi hanno optato in buon numero per l’usato sicuro della Cdu, con un’apprezzabile variazione: i cristiano-democratici di Friedrich Merz sono più conservatori e orientati a destra di quanto lo fossero quelli del partito guidato da Angela Merkel nel decennio scorso. Ancora più a destra si collocano gli aderenti alla Unione cristiano sociale (Csu), alleata bavarese della Cdu.

Riunendo i puntini della nuova geografia elettorale, appare evidente la complessiva svolta a destra compiuta dai tedeschi. Svolta di cui dovrebbe tenere conto il candidato cancelliere, il cristiano-democratico Friedrich Merz. Sembra, però, che non sia così. La leadership della Cdu si prepara, dopo la risicata vittoria, a fare un errore gigantesco proponendo ai socialdemocratici della Spd di ricomporre la Grosse Koalition centrodestra-centrosinistra, che ha governato la Germania negli anni di Angela Merkel (un precedente vi era stato con il Governo Kiesinger, l’ottavo della Repubblica federale tedesca, in carica dal 1º dicembre 1966 al 21 ottobre 1969). Si tratterebbe di rimettere in sella la sinistra che è stata sconfessata dall’elettorato. Perché mai i cristiano-democratici pensano che il popolo – il quale ha detto no alle politiche del Governo “semaforo” – accetti la soluzione assemblearista della Grosse Koalition? Si obietterà: questa volta a guidarla saranno i cristiano-democratici. E con questo? I socialdemocratici, sebbene a pezzi, non mancheranno di rimarcare la loro contrarietà alle politiche che il fronte moderato-conservatore vorrebbe rilanciare per aiutare il Paese a uscire dalla crisi economica in cui è sprofondato. Accadrà l’inevitabile: la paralisi nell’azione di Governo.

Friedrich Merz si è affrettato a spiegare che lo si fa per assicurare un Governo alla nazione, non essendovi alcuna possibilità di dialogo con AfD. Ed è su questo che Merz sbaglia di grosso. Sarà per la scarsa duttilità dello stereotipo tedesco ad aprire la mente all’imprevedibile, ma affermare pregiudizialmente che con un partito che rappresenta un cittadino tedesco su cinque non si parla, è un atto di miopia politica senza pari. Ma è anche un vulnus per l’azione di Governo di un’eventuale, ancorché improbabile, Grosse Koalition. Il successo elettorale conseguito dall’AfD colpisce non soltanto per la sua ampiezza ma anche per la sua concentrazione geografica. L’estrema destra ha vinto nei cinque Länder (con la sola eccezione della città di Berlino) che, un tempo, costituivano il territorio della Germania dell’Est (Brandeburgo, Meclemburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia). È impressionante guardare la mappa del voto. Si vede l’intero fianco destro colorato di azzurro, che è il colore della AfD. Come può pensare di governare, un candidato cancelliere, con l’ostilità di una parte omogenea e vasta del suo territorio? Tralasciamo, in questa sede, l’analisi sulle ragioni della mancata integrazione dei tedeschi dell’ex Germania comunista nei processi capitalistici del lato occidentale della nazione. Qui vale soltanto osservare quanto sia ridicolo appiccicare su 10.327.148 di tedeschi, che hanno votato l’AfD, l’etichetta di nostalgici di Adolf Hitler. Silvio Berlusconi, nel 1994, si ritrovò in una condizione non dissimile da quella vissuta oggi dalla Cdu in Germania.

A destra c’erano i missini, orgogliosamente depositari della memoria del fascismo storico. Ma vi era anche la Lega di Umberto Bossi, che era secessionista fino a ipotizzare la ribellione armata del Nord contro la Stato centrale. Eppure, Berlusconi trovò la chiave del dialogo dando vita al centrodestra. Di quella intuizione politica ne ha beneficiato l’Italia. E ne hanno beneficiato i partiti coinvolti nella coalizione, i quali, sottratti all’emarginazione a cui erano stati relegati dalle forze del cosiddetto “arco costituzionale” e costretti a fare i conti con il realismo pragmatico richiesto nell’arte di Governo, sono migliorati, sono cresciuti e maturati, hanno dirozzato le loro posizioni più estremistiche e oggi fanno parte a pieno titolo della dialettica democratica. Perché non provare in Germania lo stesso percorso di sdoganamento della destra radicale? D’altro canto, la politica dei “cordoni sanitari” si sta sgretolando dappertutto in Europa. In Francia, il Rassemblement National lo scorso gennaio ha votato contro la mozione di sfiducia al Governo del centrista François Bayrou, presentata dalla sinistra di France Insoumise, dagli ecologisti e da parte dei comunisti. In Spagna, la collaborazione (sostegno esterno) tra il Partito popolare spagnolo e Vox, formazione di estrema destra, è da tempo, in alcune regioni del Paese, una realtà consolidata. Gli elettori moderati europei sono mediamente contrari a commistioni con la sinistra.

E, sebbene la norma – sancita all’articolo 39 della Legge fondamentale per la Repubblica federale di Germania – preveda che: “I deputati eletti sono i rappresentanti di tutto il popolo, non sono vincolati né a mandati né a direttive e sono soggetti unicamente alla loro coscienza”, la libertà dal vincolo di mandato non può giustificare il totale rovesciamento della volontà popolare. D’altro canto, per la Cdu non è conveniente in chiave di prospettiva elettorale consegnarsi alla sinistra pur di formare un Governo. Lasciando spazio a destra a un’opposizione intransigente, è facilmente prevedibile che, quando si tornerà a votare tra quattro anni o forse anche prima, l’Afd avrà guadagnato nuovi consensi e se oggi la distanza dalla Cdu è di 9 punti percentuali, in futuro il rapporto si potrebbe rovesciare dando ad Adf la palma del primo partito tedesco. Perché allora non accettare la mano tesa di Alice Weidel, che si è detta pronta alla collaborazione con la Cdu, piuttosto che rianimare una socialdemocrazia in coma farmacologico? Perché non offrire una chance a una nuova destra che raccoglie il consenso di una parte importante delle giovani generazioni? Se potessimo offrire un consiglio al candidato cancelliere Friedrich Merz, sarebbe quello di leggere la biografia di Silvio Berlusconi e prendere ispirazione dal suo genio politico per imprimere la svolta che la Germania attende da anni. I fantasmi del passato restino materia da romanzo gotico e non interferiscano con il presente. Che ha ben altre grane a cui stare dietro. Altro che passi dell’oca e camicie brune che riappaiono dalle oscurità del Novecento! C’è un’Europa che rischia di fare un gran botto se la locomotiva economica tedesca non si rimette in piedi.

Aggiornato il 26 febbraio 2025 alle ore 10:17