Confronto in tivù Meloni-Schlein: perché sì (e perché no)

Ci sono molte buone ragioni per cui Giorgia Meloni dovrebbe accettare il confronto tivù con Elly Schlein e altrettante buone ragioni a supporto della tesi che suggerisce una rinuncia all’ultimo momento. Volendo guardare ai contenuti, Giorgia Meloni in questo momento ha il vento in poppa: fondamentali macroeconomici molto positivi, credibilità internazionale alle stelle, un rapporto disteso e collaborativo con le istituzioni europee e un numero di torbidi scandali ampiamente al di sotto della media. Che le cose stiano andando discretamente per il Governo, lo dimostra il dibattito pubblico veramente deprimente e arrotolato su temi talmente gigioni da far ridere i polli. A supporto di ciò, facciamo sommessamente notare che la galassia democratica parla solo di fascismo manco fosse il Comitato di liberazione nazionale che nel ’47 pensò bene di voltare pagina e dedicarsi a ricostruire il Paese, a differenza dei democratici che, evidentemente, non hanno altro da spendere nella discussione politica e si impuntano a mo’ di disco rotto.

Sarebbe quindi una scena eccitante per l’elettore medio di centrodestra assistere a un confronto in cui Elly parla di saluti romani, pericolo fascista, armocromia, diritti Lgbtq “piùpiùmenomeno”, con spruzzatine di Greta Thunberg e Luca Casarini, mentre Giorgia risponde con una idea precisa di Paese sulla quale si può non essere d’accordo, anche se intanto c’è. Finanche uno navigato come Romano Prodi sconsiglia al Partito democratico di cimentarsi nel duello televisivo, perché evidentemente vede la sua parte politica in una profonda crisi di identità, di leadership, di contenuti e di visione prospettica. Se Elly tracollasse, si aprirebbe l’ennesimo vuoto di potere nelle file del Pd, proprio in un momento in cui sono finiti i leader e bisognerebbe ricominciare il giro (forse addirittura da Walter Veltroni).

Ma, al contrario e in chiave puramente elettorale, a Giorgia Meloni converrebbe invece non accettare la “disputa” in tivù per una serie di motivi di mera opportunità: accettando il confronto televisivo, Giorgia Meloni acconsente di polarizzare lo scontro elettorale fra il Pd e FdI, rafforzando di fatto il Partito democratico e legittimandolo come unico contendente del centrodestra. In caso contrario, e cioè se il dibattito elettorale non si polarizzasse tra due contendenti, il Partito democratico dovrebbe faticare, distinguendosi sia a sinistra dal Movimento 5 stelle sia a destra dal blocco governativo, dando una prospettiva di Paese concreta e diversa dall’attuale narrazione meloniana e grillina. Ciò, a meno che il calcolo non sia proprio quello di favorire l’avversario di comodo, è il contendente ideale, perché privo di qualsivoglia capacità di contendere.

Aggiornato il 23 gennaio 2024 alle ore 09:43:19