Israele: è tempo di uomini contro

Mozione d’ordine. Per una volta piantiamola di essere i “buoni” della favola e prendiamo atto della realtà. Non siamo tutti fratelli e il mondo che abitiamo non è un regno di pace e di giustizia. Gli assassini di Hamas lo hanno dimostrato: la gente sa odiare. E quando lo fa, quando è preda del sentimento oscuro e potente dell’odio è in grado di compiere le più atroci nefandezze. In quegli orribili momenti non vi è traccia di Bene ma è in campo il Male, che non si pone al servizio di un interesse egoistico consustanziale alla natura individuale – almeno, non soltanto e non necessariamente – vieppiù si presta a compiacere la volontà di un Dio il quale ha bisogno di distruggere chi gli è nemico per affermare la sua potenza in uno spazio e in tempo che trascendono l’umano.

Ora, che ciò sia vero o no non ha importanza. Conta il fatto che vi siano moltitudini di umani disposti a crederlo; a fare del male o a subirlo nell’incrollabile certezza che un tale agire compiacerà quel Dio. Fin quando vivrà un’umanità, non vi potrà esserci pace in terra. Chi lo crede possibile è un illuso o un debole. Nella natura umana il bisogno di lotta e di sopraffazione dell’altro è una pulsione primordiale che non può essere neutralizzata dalla resa al nemico, ma dalla resistenza ad esso attraverso atti fisici di difesa. In ciò essa si legittima. La cristianità lo ha ritenuto giusto per secoli e per secoli ha brandito due simboli potenti: la croce e la spada. Dov’è finita quell’umanità fiera dei propri valori, orgogliosa della sua storia, consapevole della sua forza? Qui, all’Ovest, c’è gente che si affanna a proteggere il “particulare” nient’affatto epico della propria esistenza; che, cieca alla vera luce, non riesce a guardare oltre la punta del proprio naso. E cosa c’è di tanto spaventoso all’orizzonte di una civiltà che ce la mette tutta per tramontare? Probabilmente ha ragione lui, papa Francesco, nel dire che siamo immersi in una “Terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, pur non avendone consapevolezza. Bisogna attendere che giunga puntuale la realtà a darci la sveglia a colpi di notizie e immagini terrificanti. Solo allora – non sempre e non tutti – si solleva lo sguardo e ci si scopre nudi, disarmati, annichiliti dalla paura di dover assistere alla devastazione dell’hortus conclusus in cui scorre la nostra ordinata quotidianità.

Oggi Israele è sotto attacco. Eppure avremmo dovuto sapere che prima o dopo sarebbe accaduto; che un’organizzazione terroristica – Hamas – vocata alla cancellazione dello Stato ebraico dalla faccia della Terra, avrebbe liberato l’odio, intrappolato nel suo Dna, verso il nemico ontologico. Invece, noi occidentali siamo rimasti a guardarlo crescere quell’odio; siamo stati inermi – e talvolta compiacenti – spettatori dell’ingigantimento del mostro. Abbiamo stoltamente pensato che la via del negoziato di pace, lastricata di quantità enormi di denaro concesso a scatola chiusa a un manipolo di corrotti, già terroristi convertiti a un finto dialogo per ragioni di convenienza, potesse cancellare un passato di guerra e di morte. Quale folle illusione pensare di accordarsi con qualcuno che non fa mistero di volere il tuo annientamento. Nella carta costitutiva dell’organizzazione Hamas era scritto all’articolo 7: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: ’O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo. Quale accordo si può raggiungere con gente che crede di compiere la volontà di Dio sterminando il prossimo? Nessuno.

Non facciamo gli ipocriti, quel Gott mit uns – Dio con noi – lo abbiamo insegnato noi occidentali alle belve che massacrano, stuprano e rapiscono persone innocenti in Israele. Perciò, diamoci un taglio con la storia dei buoni samaritani e assumiamoci la responsabilità davanti al nostro mondo minacciato e al nostro Dio vilipeso di controbattere al male nell’unica forma praticabile: la reazione bellica, brutale, devastante, annientatrice. Gaza, come Carthago, delenda est. Noi italiani discendiamo di un grande popolo, faro di civiltà nel mondo, per cui più di tutti sappiamo cosa ciò significhi. Il nostro sincero auspicio è che le massime istituzioni dello Stato d’Israele trovino il coraggio di fare quel che deve essere fatto: la totale neutralizzazione dell’organizzazione terroristica che tiene in scacco la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Sembra già di udire gli “alti lai” delle anime belle del pacifismo nostrano che si preoccupano per le sorti dei civili, qualora Israele dovesse muovere un’offensiva di terra entro i confini della Striscia di Gaza. Siamo arcistufi di questo buonismo peloso. In tali circostanze si può ben dire che non esistano innocenti per cui è improprio parlare di vittime civili. Perché, se Hamas è il cancro, la popolazione che l’ha accettato e difeso è stata l’ospite nel quale il male è cresciuto e si è fortificato. Non hanno cominciato gli israeliani questo massacro. Lo hanno subito. Perciò, se vi dovesse essere il coinvolgimento di non-combattenti nella controffensiva – e vi sarà, dal momento ché i terroristi sono costitutivamente dei vigliacchi che usano i civili come scudi umani contro gli attacchi del nemico – le nostre coscienze non dovranno restarne scosse. Tale è la guerra. E quando la si combatte l’unica cosa che conta è la vittoria. Costi quel che costi. Non è che proprio adesso ci mettiamo a fare gli schizzinosi? È questo l’effetto che fa giocare a fare i multiculturalisti, i progressisti, i “liberal”, i pacifisti, quelli che… le frontiere e gli eserciti sono roba del passato da rottamare? Quelli che… mettete dei fiori nei vostri cannoni? Quelli che… il mondo è la nostra patria?

Alle domande su come sia stato possibile per gli apparati di difesa israeliani farsi cogliere di sorpresa e su chi siano i soggetti terzi che hanno addestrato e aiutato finanziariamente i terroristi di Hamas a realizzare un atto di guerra perfettamente riuscito, si risponderà a tempo debito. Verrà il momento per riannodare i fili dell’ordito internazionale e comprendere quanto siano legate da un inscindibile nesso di causalità la mega stupidaggine compiuta dal fronte occidentale nell’aver letteralmente spinto la Russia tra le braccia prima della Cina e poi dell’Iran e la temeraria azione del terrorismo islamico diretta al cuore dello Stato d’Israele. Ciò che conta adesso è che il colpito reagisca nel modo più incisivo possibile. Perché un cancro se non lo estirpi, col tempo ti ammazza lui. E l’Italia cosa può fare per stare davvero al fianco di Israele, oltre la cortina fumogena della retorica delle belle parole cariche di solidarietà e di amicizia propalate a costo zero? Una cosa su tutte: il Governo chiuda il rubinetto dei finanziamenti che continua a erogare ai destinatari palestinesi, nonostante la corruzione alberghi tra le loro schiere. In questo insensato sperpero a sfondo suicidario non siamo soli.

L’Unione europea – che una sincera simpatia per Israele non l’ha mai avuta, mentre per la causa palestinese sì e tanta – nell’immaginario collettivo dei palestinesi è una mucca dalle mammelle generose. Il portale dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) informa, non senza orgoglio, che dagli anni Ottanta l’Italia è tra i principali donatori della Palestina. Gli importi di programmi e progetti attualmente in corso ammontano a circa 187 milioni di euro, di cui 86 milioni in crediti di aiuto e 101 milioni a dono. I soldi nostri, a dono? A chi sono stati dati? Quanti di questi sono finiti a Gaza nelle casse di Hamas? Come se non bastasse, l’Italia partecipa al Joint Programming europeo, che ha un bilancio di 66 milioni di euro. Altri 7,6 milioni di euro li diamo per iniziative d’emergenza nella Striscia di Gaza, in Area C e a Gerusalemme Est. Sarebbe troppo chiedere se il denaro italiano sia finito a finanziare il terrorismo in quell’area? Ma anche di questo avremo tempo di riparlarne. Ciò che conta è di arrestare subito il flusso finanziario che da Roma si riversa in Palestina. E, cosa più importante, pretendere che l’Ue faccia altrettanto: rubinetti finanziari chiusi per i terroristi, per i loro complici e fiancheggiatori. Ciò che invece non possiamo – e non dobbiamo – fare è restare immobili di fronte agli eventi che precipitano. È questione di principio. E di sopravvivenza. Risolverla oggi con un poco credibile “Siamo tutti israeliani”, per poi filarsela un attimo dopo a seguire alla tivù l’ultima puntata del Grande Fratello, non ci fa onore. No, non possiamo dirci tutti israeliani perché bisogna esserci stati nei panni di quelle madri e di quei padri che hanno vissuto in diretta social la tragedia delle uccisioni e dei rapimenti dei loro figli. Bisogna pur mantenere un punto di decenza davanti al dolore altrui. Ma se sono claim e slogan che cercate adatti alla circostanza, eccovi accontentati: “Forza Israele! Colpisci duro, perché non ne resti in piedi neanche uno”.

Aggiornato il 11 ottobre 2023 alle ore 11:15:15