Fisco: Guerra e pace

Un contribuente che non ce la fa a pagare le tasse su quanto regolarmente dichiarato al Fisco è un evasore?

La questione sul che fare nei confronti dei cittadini che hanno un debito con lo Stato per tasse non pagate ruota intorno a questo punto di domanda. Non si tratta di tecnicismi da esperti di diritto tributario. Piuttosto, l’argomento assume una dimensione “filosofica” perché definisce la natura del rapporto che deve intercorrere tra lo Stato e il cittadino. Per la sinistra la risposta alla domanda è affermativa. Sì, chi non paga è un evasore. Ergo, qualsiasi cosa il Governo faccia o pensi di fare in aiuto di coloro che hanno debiti con il Fisco è un condono. E, ça va sans dire, condonare è moralmente non commendevole perché significa darla vinta ai furbi ai danni degli onesti. Siamo nel territorio della morale, eppure non dovremmo starci. Per il centrodestra, il discorso è decisamente più complicato. Qui la differenza tra un’impostazione liberale e un’altra etico-statualista esiste.

Se, da un lato, Lega e Forza Italia si schierano dalla parte dei contribuenti in difficoltà e rigettano totalmente l’accostamento concettuale del cittadino inadempiente con il Fisco alla figura criminogena dell’evasore, Fratelli d’Italia, dall’altro, ha una posizione più intransigente non avendo cancellato dal suo Dna la traccia di una predilezione ideologica per lo Stato etico d’ispirazione hegeliana-gentiliana. La difficoltà di far dialogare visioni costitutivamente divergenti sul rapporto Fisco-contribuente è la causa dell’immobilismo nel quale da decenni si è impantanata la macchina dello Stato, che non riesce a decidersi se intervenire in soccorso di chi è in difficoltà sanandone in qualche modo la posizione debitoria o, viceversa, se preferire di non incassare un centesimo da chi è in difficoltà ma tenere saldo il principio per il quale il contribuente inadempiente sarà liberato dalla sua condizione di debitore dello Stato solo quando avrà pagato il dovuto, gravato degli interessi di mora e delle sanzioni comminate per il ritardato versamento.

L’indecisionismo della politica sul tema ha permesso che si riempisse il magazzino dei crediti non riscossi per un ammontare superiore ai 1.100 miliardi di euro (fonte: direttore dell'Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, in audizione alla Commissione parlamentare sul federalismo fiscale, 6 aprile 2022). Una cifra monstre che è sedimentata grazie ai 22 anni di crediti non riscossi. E di certo non esigibili nel futuro. In uno Stato normale un tale comportamento sarebbe giudicato folle: lasciare accumulare i crediti pur di non derogare al principio che lo Stato non scende a patti con i suoi debitori.

Ora, Matteo Salvini coraggiosamente è tornato sull’argomento riproponendo l’idea di varare un piano di pace fiscale. Le opposizioni gli sono saltate addosso. Regalo agli evasori, appello eversivo, messaggio devastante. Sono alcune delle accuse rivolte al leader leghista che ha osato sfidare, con la sua proposta di conciliazione, il moralismo peloso della sinistra. Anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, non ha fatto mancare la sua opinione sul tema della pace fiscale: “Il contrasto all’evasione non è volontà di perseguitare qualcuno, l’Agenzia non è un’entità belligerante”. Il recupero di quanto dovuto, pertanto, “è un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che e sono la stragrande maggioranza le tasse, anno dopo anno, le pagano, e le hanno pagate, sempre fino all’ultimo centesimo, anche a costo di sacrifici e nonostante l’innegabile elevata pressione fiscale”.

Spiace per la pur brillante figura di manager del dottor Ruffini, ma nelle sue parole si scorge la rappresentazione di uno Stato-Leviatano che per prosperare reclama il dominio sui suoi sudditi, non potendosi concedere il lusso di riconoscere pari dignità al cittadino, al cui servizio dovrebbe porsi. Quando il direttore loda il contribuente che paga le tasse fino all’ultimo centesimo anche a costo di sacrifici sta dicendo che allo Stato non interessa come questi si sia procurato i denari per onorare il debito con l’Erario, ciò che conta è che abbia pagato.

Calandoci nella realtà, tocchiamo con mano i drammi che sono pane quotidiano per una parte significativa di italiani. Quanti sono stati gli imprenditori – e quante le famiglie – che, in crisi di liquidità e con le banche che hanno chiuso i rubinetti del credito, per fronteggiare le scadenze fiscali sono andati a indebitarsi sui circuiti dell’usura, prevalentemente gestiti dalla criminalità organizzata? E quanti sono stati gli imprenditori che non riuscendo a riscuotere per tempo i crediti vantati presso la clientela, con ciò che era rimasto in cassa hanno dovuto scegliere se pagare gli stipendi ai dipendenti o stare in regola con il Fisco? Quanti di questi hanno scelto umanamente di sostenere i lavoratori e le loro famiglie pagando i netti salariali, nell’assoluta consapevolezza di entrare in una spirale infernale con l’Agenzia delle Entrate? È nostra opinione che non siano costoro gli evasori da perseguire a ogni costo e descrivere la persona inadempiente alla stregua di un volgare malfattore sia un comportamento ignobile. E poi, sarebbe interessante scavare più a fondo sulle biografie di coloro che gonfiano il petto per fare la morale a quelli che nella vita hanno combattuto ma non ce l’hanno fatta, ai poveri cristi contro cui il Fisco non può nulla perché essi non hanno più nulla che gli si possa portare via. Uno Stato può avere sentimenti? Per quanto suoni paradossale, nella nostra ottica pensiamo sia possibile. D’altro canto, se chiediamo che lo Stato sia giusto è perché tendiamo a sospettare che possa essere ingiusto. Allora perché non credere che un’entità astratta ma viva, plasticamente fisica nell’atto di incarnare lo spirito unitario di una comunità nazionale, possa essere misericordiosa, ed empatica, e non debba necessariamente mostrarsi sorda e insensibile?

La pace fiscale proposta da Salvini è un atto di solidarietà, oltre che una modalità pragmatica di regolazione di un contezioso legale-tributario tale da portare nelle casse dello Stato quei soldi che altrimenti non sarebbero arrivati. Non c’è niente di furbesco o di truffaldino nell’agire degli inadempienti, ma solo frustrazione e disagio. E senso d’impotenza, per non riuscire a risollevarsi e tornare a una vita serena, libera da patemi, ansie e soverchie preoccupazioni. Le forze liberali e conservatrici del centrodestra non dovrebbero mostrarsi tiepide con l’iniziativa di Salvini o pensare che sia solo una boutade propagandistica, ma dovrebbero sostenerla convintamente. Perché, restituire agli italiani un Fisco più equo e amico è un pezzo di quella rivoluzione liberale, promessa da Silvio Berlusconi e attesa da oltre trent’anni.

Aggiornato il 20 luglio 2023 alle ore 10:27:01