Naufragi e immigrati: il pane azzimo della demagogia progressista

Il Governo Meloni stia in campana, la sinistra è tornata. Non che questo rappresenti un problema serio. Tuttavia, il pericolo nasce dalla capacità manipolatrice dell’informazione che il Partito Democratico ha ricevuto in dote dall’avo comunista e grazie alla quale la minoranza, in Parlamento e nel Paese, riesce a dettare l’agenda alla maggioranza. L’evidenza di una tale distorsione della dialettica democratica è sotto gli occhi di tutti, proprio in questi giorni. Nonostante il Governo sia impegnato su diversi fronti, tutti delicatissimi, per aiutare la nazione a lasciarsi alle spalle anni di crisi, di cosa parlano a ciclo continuo i media organici alla sinistra, costringendo a farlo anche a quei pochi canali d’informazione che di sinistra non sono? Del naufragio di Cutro e di altre analoghe sciagure. Ora, con tutto il rispetto per le vittime delle tragedie del mare, si può pensare di ridurre la questione Paese a ciò che è successo a Cutro? La sinistra lo spera. Il centrodestra non caschi nella trappola. Faccia in modo di uscire dall’angolo in cui la sinistra ha cercato di portarlo e riprenda il dialogo con i cittadini sui temi che maggiormente li preoccupano.

Riguardo alle polemiche sui soccorsi, è veramente disgustoso che le si usino strumentalmente come arma di distrazione di massa. Non solo Cutro. Anche l’ultima sciagura che ha visto la morte di 30 migranti, capitata a largo delle coste libiche, si è trasformata in un atto d’accusa contro il Governo italiano, tacciato di non fare abbastanza per salvare le vite umane. Adesso basta! Basta con l’attentare alla dignità nazionale. La sinistra s’illude se pensa che questo sia il modo di recuperare consensi. La gente non è stupida. La maggioranza non rumorosa degli italiani ha compreso perfettamente che l’Italia c’entra fino a un certo punto con ciò che accade nel Mediterraneo meridionale; che non può essere il nostro Paese a farsi carico di tutta la disperazione del mondo, come non possono essere gli italiani i responsabili morali delle sciagure che spezzano le vite di coloro che accettano la scommessa della migrazione attraverso la via della criminalità. Bisogna che si prenda atto di un’orrenda verità: l’emigrazione è entrata a far parte dell’armamentario che gli Stati dispotici e le satrapie utilizzano per ricattare altri Stati. Ma non sono solo i “cattivi” a fare uso dell’arma migratoria. Anche i cosiddetti “buoni” – vedi i membri dell’Unione europea – in questi ultimi anni, si sono comportati malissimo lasciando che una questione di dimensioni epocali, qual è il fenomeno delle migrazioni di massa, si scaricasse sull’Italia.

Si prenda il caso dell’ultimo naufragio in ordine di tempo. Il barcone con 47 migranti a bordo si è rovesciato davanti alle coste libiche mentre la Guardia costiera italiana, che aveva ricevuto alcune ore prima del naufragio la segnalazione di un natante in difficoltà nell’area Sar (Search and Rescue) libica non sarebbe giunta per tempo a recuperare i naufraghi. La domanda è: perché solo la forza navale italiana sarebbe dovuta intervenire? La nostra Guardia costiera ha richiesto alla Libia e a Malta di effettuare l’intervento Sar, ma ha ricevuto un rifiuto da entrambi gli Stati. Eppure, il barcone era poco fuori delle acque libiche. Sì, ma di quale Libia parliamo, visto che ne esistono al momento tre? Non era il mare della Tripolitania – la zona della Libia più vicina all’Italia – a essere la scena del naufragio ma quello della Cirenaica. Il barcone, quando si è rovesciato, si trovava a 113 miglia a nord-ovest di Bengasi. Ciò vuol dire che, prima della costa italiana, vi sarebbero state altre opzioni più immediate ai fini del salvataggio dei naufraghi. È sufficiente consultare una carta nautica del Mediterraneo meridionale per rendersi conto dell’assurdità di prendersela con gli italiani, sempre e comunque. Escludendo la Guardia costiera libica che fa capo al Governo di Tripoli, la forza navale prossima al luogo del naufragio è quella egiziana. Perché l’allarme non è arrivato anche al Cairo?

Se l’Egitto non piace, resta la Grecia. L’isola di Creta, che è greca ed è territorio dell’Unione europea, dista da Bengasi 302 miglia nautiche, molto meno di quanto disti la costa siciliana (386 miglia). Eppure, dell’alert alla Grecia non si fa menzione. È la seconda volta che capita in pochi giorni. Nella tragedia di Cutro la Grecia non viene chiamata in causa. Eppure, dei quattro giorni di navigazione che il caicco ha compiuto dal porto turco di Smirne per raggiungere la Calabria, tre li ha trascorsi navigando lungo le coste del Peloponneso. Perché gli scafisti non hanno cercato immediato approdo nelle terre del mare Egeo? Perché la presenza in mare della nave dei trafficanti di esseri umani non è stata segnalata alle autorità marittime greche affinché prestassero soccorso? Forse la Grecia gode di una speciale esenzione quando si tratta di salvare dalle acque gli immigrati irregolari? Evidentemente sì, visto che gli aerei dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex neanche ci vanno a sorvolare le rotte dei trafficanti in quella parte del Mediterraneo. E c’è Malta a 368 miglia nautiche da Bengasi, che però non manda i propri mezzi navali a effettuare salvataggi in mare neppure a pagarla oro.

Siamo al cospetto di un bizzarro dogma della filosofia dell’accoglienza secondo il quale per i migranti non c’è altro luogo di approdo che non sia l’Italia. Come ampiamente dimostrato dai governanti francesi, i quali si sono sentiti idealmente violentati quando sono stati costretti ad aprire un loro porto una sola volta, a una sola, unica nave delle Ong che trasportava immigrati irregolari, non esiste per la comunità degli Stati europei un altrove possibile da opporre a una sentenza che condanna il nostro Paese a essere il recettore universale della disperazione dell’umanità. Si può andare avanti in questo modo? I Servizi segreti hanno fatto sapere che nella sola Libia vi sono 685mila immigrati pronti a salpare in direzione delle nostre coste. A tale massa gigantesca vanno aggiunti i potenziali 300mila che dalla Tunisia si preparano a mettere piede sul suolo italiano. L’onda migratoria prevista nel 2023 avrà un impatto insostenibile sul sistema socio-economico nazionale. Inutile bussare alla porta europea per ricevere un aiuto concreto perché, sulla richiesta italiana di redistribuzione degli immigrati economici accolti, i Paesi partner – tutti, nessuno escluso – non ci staranno mai. Non intendono in alcun modo assecondare e condividere il “buonismo” nostrano dell’accoglienza illimitata.

Piaccia o no, a questo punto l’unica opzione praticabile, in attesa che le politiche di medio/lungo termine studiate dal Governo Meloni per la gestione del dossier migrazioni dispieghino i loro effetti, resta quella dell’intercettazione in mare, da parte delle navi della Marina militare, dei barconi, la prestazione del soccorso agli immigrati e la loro riconsegna immediata ai luoghi di partenza, in Libia e in Tunisia. Non esiste altra strada, per il Governo Meloni, che la soluzione drastica se non vuole essere preda dello stillicidio giornaliero di polemiche inscenate dalla demagogia propagandistica della sinistra.

Una chiosa in calce. Il barcone è naufragato davanti alla costa di Bengasi, capitale della Cirenaica, regione della Libia notoriamente sotto il controllo delle truppe mercenarie russe della brigata Wagner. Di recente, da Mosca hanno ricordato quanto malamente abbiano accolto il riposizionamento strategico dell’Italia sulla crisi ucraina e abbiano ricordato altresì come l’arma della migrazione sia nel novero degli strumenti d’attacco di cui la Russia dispone per nuocere agli sponsor dell’Ucraina. Alla luce di quanto accaduto in acque della Cirenaica, cosa dobbiamo sospettare? Che i quasi 700mila in arrivo dalla Libia siano la bomba sporca che il Cremlino ha in serbo per l’Italia?

Aggiornato il 16 marzo 2023 alle ore 09:50:50