L’italiana in Algeri

L’italiana in Algeri” oggi non è la Isabella del melodramma rossiniano ma Giorgia Meloni, la quale ha scelto l’Algeria come prima tappa del tour che, nei prossimi mesi, la porterà a visitare le principali capitali estere. Dopo la crisi con la Russia, l’Algeria è diventato il primo fornitore di gas dell’Italia. Già questo basterebbe a spiegare l’occhio di riguardo avuto dal Governo Meloni verso una realtà che non è propriamente un faro di civiltà e di democrazia da prendere a esempio. Tuttavia, la ragion di Stato impone che le cose si facciano nell’esclusivo interesse della nazione, anche turandosi il naso quando serve. E ora più che mai non possiamo consentirci il lusso di fare gli schifiltosi. Se si vuole rilanciare il ruolo dell’Italia come potenza industriale globale, bisogna piegarsi a fare i conti anche con chi non ci piace o con chi non ha nelle proprie corde la libertà degli individui.

Giorgia Meloni ha esordito alla guida del Paese proponendo un ambiziosissimo piano per la riconquista della centralità italiana nella distribuzione della materia prima energetica in ambito continentale. É il” Piano Mattei”, dal nome di quel manager formidabile e visionario sotto la cui guida, negli anni Cinquanta, l’Eni da compagnia petrolifera di Stato divenne una multinazionale del petrolio, con interessi ramificati in Africa e in Medio Oriente. Enrico Mattei fu una figura controversa e, agli occhi dei giganti del petrolio anglo-statunitensi, certamente scomoda al punto che molto si è vociferato sulle cause poco accidentali della sua morte. Mattei fu intrepido ma la stella polare che orientò le sue imprese fu il sostegno allo sviluppo economico della nazione nel momento della sua conversione da economia arretrata a potenza industriale. Per le élite del progressismo peloso, che non lo hanno mai amato, Mattei ha incarnato l’idea di un colonialismo in salsa nostrana: meno predatore rispetto agli altri modelli colonialisti praticati dalle grandi potenze del Novecento.

Giorgia Meloni va in controtendenza rispetto al politicamente corretto dei progressisti, rispolverando l’approccio geopolitico di Enrico Mattei in merito alla questione energetica. Si comincia con l’Algeria dove, peraltro, la figura di Enrico Mattei viene ricordata da una stele e dall’intestazione di un giardino pubblico della capitale perché ha avuto un ruolo nella storia di quel Paese, avendo sostenuto le forze rivoluzionarie nella guerra d’indipendenza dalla Francia. L’Algeria, dunque, è diventato il nostro primo fornitore di gas naturale, passando da una copertura del 22 per cento all’attuale 40 per cento del fabbisogno energetico nazionale.

Per il ceo di Eni, Claudio Descalzi, che ha accompagnato il premier Meloni nella visita di Stato, l’obiettivo resta quello di affrancare l’Italia dal consumo di gas proveniente dalla Federazione Russa entro la stagione invernale 2024/2025. Da parte algerina, l’interesse a sostenere il progetto di fare dell’Italia l’hub energetico europeo è altissimo. Al riguardo, non è secondaria la circostanza che l’unico gasdotto che dalla costa algerina trasferisca il prodotto in Europa sia il TransMed che raggiunge la Sicilia, passando per la Tunisia. Con gli accordi siglati l’altro giorno, riprende vigore il progetto di costruzione di un secondo metanodotto, che dall’Algeria approderà in Sardegna. In sostituzione del vecchio progetto del GalsiGasdotto Algeria Sardegna Italia – è prevista la costruzione di un’infrastruttura speciale che trasporterà, oltre al gas, idrogeno, ammoniaca ed elettricità.

Questa volta gli algerini ci credono. Il presidente Abdelmadjid Tebboune ha tenuto a precisare, nel corso della conferenza stampa congiunta, che la realizzazione dell’opera sarà di breve durata. Tirando le somme, si può dire che il risultato della missione algerina di Giorgia Meloni sia stato positivo, sebbene permangano dubbi sulla partnership con l’Algeria che non possono essere taciuti. In primo luogo, è lecito chiedersi quanto siano sostenibili nel tempo accordi presi con i rappresentanti di un regime sostanzialmente autocratico e antidemocratico. In Italia, pur nella consapevolezza che il nostro apparato produttivo non avrebbe potuto fare a meno del gas russo per alimentarsi, è stato montato un teatrino infinito sul fatto che non si sarebbero dovuti avere rapporti economici, ancorché strategici, con la Federazione Russa perché potenza negatrice dei valori liberali e democratici, propri della civiltà occidentale. Dovrebbe valere lo stesso principio anche riguardo al Governo algerino. Eppure, la presenza ad Algeri del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, per la stipula di accordi con l’omologa organizzazione di rappresentanza degli industriali algerini in funzione dell’incremento dell’interscambio commerciale tra i due Paesi, va nella direzione tracciata con l’implementazione del “Piano Mattei”.

Domanda: è pronta l’Italia a sostenere senza riserve l’oligarchia algerina in caso di crisi interna al Paese nordafricano, evitando di ripetere l’errore compiuto in Libia nel 2011, con l’abbandono del leader Muammar Gheddafi al suo tragico destino? A proposito di Libia, oggi la politica estera del gigante Eni spinge il Governo di centrodestra a battere la pista algerina e quella dei nuovi partenariati africani, invece di dare priorità alla riapertura del dossier libico. La scellerata politica estera italiana degli ultimi undici anni ha determinato la totale perdita d’influenza italiana nel processo negoziale di stabilizzazione del Paese nordafricano. In Tripolitania la tradizionale funzione tutoriale svolta dall’Italia è stata assunta dalla Turchia, mentre Francia e Russia si contendono il controllo della Cirenaica e del Fezzan. Anche in Libia c’è un gasdotto che collega la costa nordafricana all’Italia. È il GreenStream, che trasporta gas naturale dalla Centrale di compressione gas di Mellitah (Mgcs, Mellitah gas compression station) situata a circa 80 chilometri da Tripoli fino al Terminale di ricevimento gas di Gela, in Sicilia. Il GreenStream è gestito dall’italiana Eni e dalla libica Noc (National oil corporation). Secondo i dati del Mise, nel 2019 attraverso l’impianto sottomarino sono stati trasferiti in Italia oltre 5,7 miliardi di metri cubi standard di gas naturale. Tuttavia, l’import italiano dalla Libia negli ultimi anni – da quando Ankara ha imposto la sua influenza nelle scelte geopolitiche di Tripoli – ha subito un vistoso ridimensionamento nonostante il fatto che per il Mellitah oil & Gas Bv il potenziale produttivo del sito sia di circa 28 milioni di metri cubi standard di gas naturale e di circa 31mila barili di condensato al giorno.

Oltre alle note questioni energetiche sussistono altre ragioni di matrice strategica, che richiederebbero da parte del Governo italiano un’immediata focalizzazione sul dossier libico. Sarebbe un errore dalle conseguenze catastrofiche pensare di sostituire, nell’ordine delle priorità, i rapporti con l’Algeria alla pretesa di esercitare l’influenza sugli assetti interni libici. D’altro canto, non va sottovalutato il forte peso che Mosca ha su Algeri. È prevedibile che il Cremlino, sempre più presente in Libia e in tutti i Paesi della fascia sub-sahariana, stia studiando i modi più efficaci per far pagare all’Italia il prezzo del voltafaccia sulla questione dell’Ucraina. I russi si fidavano di noi. Perciò, quando la guerra nel Donbass avrà trovato una soluzione, aspettiamoci di subire la ritorsione moscovita. Che potrebbe attuarsi attraverso un mix di strangolamento energetico dell’Italia e di rottura degli argini di contenimento dei flussi migratori dal Nordafrica. Sono tali dubbi a porre qualche riserva sulla prima uscita estera di Giorgia Meloni. Se fosse stata la scena di un film, avremmo detto: buona la prima, ma con qualche ritocco al montaggio.