Al momento, sto con Nordio

Di tutto questo bailamme relativo alle intercettazioni a me pare si parli di tanto senza dire sostanzialmente l’essenziale. Che siano utili alle indagini per quel che riguarda le mafie, i terroristi, quant’altro, non si discute. Che vi sia un abuso non è contestabile. Che vadano usate con scienza e coscienza nessuna legge o normativa al mondo lo potrà mai garantire; e neppure un uso che non sia quello “legale”.

Stabilito questo, il problema è che mi pare semplicemente allucinante l’uso mediatico che di dette intercettazioni si fa e si è fatto. Uso il termine “allucinante” sia che si tratti di me che ora scrivo, che di Matteo Messina Denaro: in questo non faccio distinzione.

Ricordo sempre quello che accadde per la cosiddetta inchiesta “Toghe sporche”, il 21 gennaio 1996, a Roma, al bar Tombini, pochi metri dal tribunale: la famosa microspia guasta nascosta da un posacenere, gli intercettati sono il capo di allora dell’ufficio Gip Renato Squillante, la Gip Augusta Iannini, il procuratore di Grosseto Roberto Napolitano, l’avvocato Vittorio Virga. Quella microspia non funziona, i carabinieri ricostruiscono il brogliaccio a memoria e così via.

Episodio che ogni cronista giudiziario dovrebbe aver ben stampato nella mente. Con unita l’elementare considerazione che posso ben pronunciare la poco elegante frase: “Tizio è un figlio di puttana”, ma occorre sentire tutto il discorso, il tono con cui lo dico, per stabilire se sia affermazione corrispondente al vero, sia un elogio, uno sfogo, un insulto.

L’allucinante consiste nel fatto che già nelle ore immediate di un arresto brani di conversazioni intercettate, siano esse pure riferite al fatto specifico dell’inchiesta, sono selezionate neppure dal giornalista e dal giornale ma direttamente da carabinieri o polizia (e si presume sia pure tacitamente, approvati dai superiori) e pubblicati, dati in pasto a chi vede, ascolta, legge.

Quei brani di intercettazioni mostrati ed esibiti vengono spesso considerati uno scoop. È semplicemente un “favore” che fa qualcuno, che ottiene una sua utilità. Questo gioco delle parti c’è sempre stato, non sono così ingenuo da non sapere che sempre ci sarà; semplicemente provo fastidio per tutta l’ipocrisia che si accompagna a queste vicende. Sogno un direttore che si rifiuta di pubblicare o trasmettere intercettazioni “monche” e prima del processo, ma un direttore del genere non esiste, almeno non l’ho mai incontrato pur avendone avuto più di qualcuno. Sogno un giornalista che rifiuta il “pacco” delle trascrizioni delle intercettazioni o il file, ma certamente un simile giornalista non c’è. Sogno, ma sono anche desto. Comunque, siamo alla foce del fiume. Il problema è la sorgente. Sempre e comunque impunita.

Un inciso: per ora con più di una punta di compiacimento assisto a come gli investigatori che si occupano di Matteo Messina Denaro abbindolano i miei colleghi dando loro in pasto del “nulla”: i manifesti, i magneti, le letture, il viagra, i preservativi, i profumi, i vestiti… Speriamo che duri, che si diano “ossi” e la “carne” continui a essere ben custodita negli armadi della procura e dei carabinieri e la si conosca quando in un’aula di tribunale si potrà davvero vedere la sua qualità. Comunque, come si vede, se si vuole, si può fare.

Mai stato un giurato di un qualsivoglia processo, ma nel caso esigerei la lettura integrale e l’integrale audio dell’intercettazione; e mi pare sacrosanto disporre che prima del processo, e soprattutto quando l’inchiesta non è chiusa, detta “documentazione” non debba e non possa essere resa pubblica. Riguardi chi scrive o Matteo Messina Denaro.

Si dirà che è un vivere nel mondo dei sogni. Ma sono pur orgoglioso di non aver mai fatto in vita mia un’intervista al citofono, di essermi sempre chiesto nel momento in cui mi veniva passata una carta o fatta una confidenza, la ragione e il vantaggio che questo “passaggio” e questa confidenza procuravano. Perché nessuno ti regala qualcosa e qualcosa in cambio la vuole. Troppe volte inchieste e vicende strombazzate come sicure, certe, indiscutibili, sono poi state liquidate con appena quattro parole: “Il fatto non sussiste”. Troppe volte non ci si preoccupa degli “effetti collaterali” di quel che si pubblica o si trasmette.