Cosa insegna il sei in italiano a Dino Buzzati

In un suo denso saggio storiografico, Carlo Ginzburg, anni fa, notava come spesso la comprensione profonda di intere epoche storiche derivi non tanto dalle grandi sintesi operate dagli storici di professione, quanto da dettagli apparentemente marginali, da aspetti secondari di solito trascurati e che tuttavia agiscono quali vere e proprie “spie” – ci dice Ginzburg – capaci di svelare ciò che altrimenti sarebbe rimasto ignoto.

È forse quanto accade in questi giorni a proposito del ritrovamento della pagella scolastica di Dino Buzzati presso il Liceo Parini di Milano, venuta alla ribalta per il fatto che lo scrittore, mentre godeva di voti elevati in greco e latino, in italiano raggiungeva appena la sufficienza.

La cosa non sorprende, dal momento che si tratta di evenienze che sono presenti anche nella biografia di altri grandi del pensiero – basti pensare a come e a quanto Hegel soffrisse i metodi e i contenuti di insegnamento dello Stift ove alloggiava e studiava o a Pirandello che, per laurearsi, riparò a Bonn – e che perciò rientrano in una tipologia narrativamente ben conosciuta.

Ciò che invece molto sorprende è la reazione esibita dal preside del “Parini” subito dopo il ritrovamento della pagella. Egli ha infatti affermato che questa risicata sufficienza scolastica di Buzzati in italiano “testimonia che c’è una possibilità aperta per tutti. Ed è un monito per gli stessi docenti: dimostra che i talenti a volte emergono col tempo e che non vengono sempre riconosciuti subito”.

Mi permetto di osservare che queste parole tradiscono una sostanziale incomprensione da parte del preside di quanto accaduto.

Possibilità aperta a tutti derivante dal sei in italiano? In che senso? Se il preside voleva dire che chi merita il sei potrà diventare un grande scrittore, si tratta di un’idea davvero strampalata. Se invece intendeva affermare che, nonostante quel sei, è possibile divenirlo, allora si tratta di una ovvietà.

I talenti emergono col tempo? Non mi pare proprio si possa affermarlo nel caso di Buzzati.

Chi infatti abbia una sufficiente frequentazione con la sua pagina sa bene come la sua scrittura sia semplice, perfino lapidaria, ma proprio per questo capace di scandagliare gli abissi della condizione umana in modo da metterne in luce la dolente finitezza, l’inguaribile senso di mistero che alimenta una sottile e perdurante inquietudine.

Insomma, la pagina di Buzzati va nel profondo proprio in quanto semplice, apparentemente elementare, di immediata accessibilità: e qui sta la vera grandezza di uno scrittore, al contrario dei mediocri, che sono invece inutilmente complicati, a volte indecifrabili.

Non a caso uno degli attributi teologicamente più calibrati di Dio è proprio “il semplice”, per dirne appunto l’abissale profondità dovuta alla mancanza di complicazioni, di contraddizioni.

Il punto è allora che il talento di Buzzati era riconoscibilissimo anche quando al Liceo Parini gli veniva assegnato un sei in italiano, per il motivo che la sua scrittura non era, come poteva apparire agli sprovveduti, elementare, ma semplice: solo che per varie ragioni non veniva riconosciuto per tale, risultando inaccessibile dalla struttura scolastica, non attrezzata per fronteggiare un genio della sua portata. Prova ne sia che pochi anni dopo la maturità, Buzzati veniva assunto dal Corriere della Sera: il che dimostra che la scrittura da lui esibita da giovane non era dissimile da quella che ci ha regalato, vari anni dopo, i suoi più grandi capolavori.

Insomma, il preside del “Parini” ci pensi: nel caso di Buzzati non è che il talento maturò dopo la scuola. È che la scuola, come in diversi altri casi, non era attrezzata per riconoscerlo.

Ecco allora cosa questo piccolo episodio ci dice del nostro tempo, aiutandoci a metterlo a fuoco: purtroppo la scuola, oggi come allora, inutilmente complicata, burocratizzata, fatica molto a riconoscere il vero talento, a cagione della sua semplicità.

Buzzati infatti era semplice, semplicissimo.

(*) Articolo tratto dal quotidiano La Sicilia