Reddito di cittadinanza: colpito e (quasi) affondato

La manovra di bilancio che il Governo si prepara a presentare in Parlamento rispecchia la drammatica crisi che la nazione – ma è un discorso che vale per tutto l’Occidente – sta attraversando.

L’equilibrio tra la necessità di reperire risorse per evitare il default del sistema-Paese e la tenuta dei conti pubblici è stato in qualche modo trovato. Un punto segnato dal Governo Meloni a proprio favore. Gli allarmismi fomentati dai partiti dell’opposizione e dai media d’area progressista sono stati smentiti. Lo prova l’andamento dello spread che ieri, giorno dell’annuncio del varo della manovra, ha chiuso a 193,27 punti percentuali, in lieve ribasso rispetto alla chiusura del giorno precedente (193,66). Come si vede, non c’è stata alcuna impennata delle vendite dei titoli del Debito sovrano italiano. Ciò vuol dire che i mercati, rispetto alla tenuta della solvibilità del debito italiano, sono tranquilli.

Se dovessimo scegliere un aggettivo per qualificare la manovra sarebbe: prudente. Nessun colpo di testa a scopo propagandistico ma la presa d’atto che, vista la difficoltà del momento, si potesse fare solo il possibile. Ciononostante, non sono mancati segnali sulle intenzioni del Governo di centrodestra di trasformare profondamente il Paese nel corso della legislatura. Uno di essi è parso di particolare significato politico: il taglio del Reddito di cittadinanza. La misura anti-povertà voluta dal Governo Conte I non sarà immediatamente abrogata come inizialmente chiedeva il premier Giorgia Meloni. Per questo bisognerà attendere il 2024. Tuttavia, durante il 2023 qualcosa dell’impianto originario della misura cambierà. In primo luogo, salva la protezione assicurata dallo Stato ai veri poveri, ai soggetti fragili e agli impossibilitati a essere reimmessi nel mondo del lavoro, i cosiddetti occupabili potranno beneficiare del sostegno non per l’intero anno solare ma solo per 8 dei 12 mesi del 2023. Ma potranno comunque perderlo al primo rifiuto di un’offerta di lavoro. I beneficiari della misura saranno obbligati, pena la revoca del sussidio, a seguire programmi di formazione professionale finalizzati al reinserimento nel mondo del lavoro. Al riguardo, non possiamo che plaudire all’impostazione data dal Governo all’utilizzo concreto di uno strumento giuridico-finanziario che, se non efficacemente governato, condurrebbe a distorsioni inaccettabili del concetto stesso di welfare. Come è accaduto finora con l’implementazione della misura-bandiera del qualunquismo populista grillino. Se è sacrosanto che lo Stato aiuti chi non ce la fa o chi non è in condizioni di badare a sé stesso e alla propria famiglia, è indecente che quello stesso Stato disperda risorse per alimentare un assistenzialismo degradante per la dignità della persona.

Positiva anche la decisione di uscire dalla misura in maniera graduale e non traumatica. Un taglio secco del Reddito di cittadinanza avrebbe innescato una pericolosa protesta di piazza, insufflata dalla demagogia di Giuseppe Conte che è pronto ad aizzare lo scontro sociale qualora la misura venisse abrogata o sensibilmente compressa. Non vi è dubbio che, indipendentemente da come la si pensi sui Cinque Stelle, il Reddito di cittadinanza abbia funzionato come misura di welfare nell’Annus horribilis della pandemia. Senza i denari dello Stato, con un’economia e un Paese quasi totalmente fermi, milioni di poveri non avrebbero avuto alcuna possibilità di sfangarla. Il che, per una nazione moderna e democratica del Terzo millennio qual è l’Italia, sarebbe stato un disonore oltre che una ferita insanabile alla coesione sociale.

Ora, se il Covid lo si può archiviare, restano gli effetti della guerra che si è propagata nel cuore dell’Europa. Soprattutto, resta l’effetto negativo della crisi energetica, principale responsabile dell’esplosione della bolla inflattiva. In una situazione emergenziale, nella quale lo Stato dovrebbe continuare a dare invece che togliere ai cittadini, non sarebbe stato saggio vellicare il malessere popolare con un taglio di spesa che sarebbe stato vissuto come un atto punitivo di natura ideologica. Perciò, benissimo che si riparli tra un anno di abrogazione del Reddito di cittadinanza e della sua sostituzione con un differente strumento normativo, il quale operi con assoluta nettezza la separazione tra la finalità assistenziale del sussidio e le politiche attive del lavoro. Riguardo a queste ultime, però, qualche considerazione merita di essere evidenziata. Il Governo vuole dare impulso alla fase della formazione professionale per riqualificare quei cittadini che, pur essendo potenzialmente occupabili, sono stati espulsi dal mondo del lavoro. Ma di quale formazione parliamo? E, soprattutto, per quali destinatari? Il sistema della formazione – che, non dimentichiamolo, compete alle Regioni – presenta un gap da colmare nell’offerta. Per i giovani che sono in età scolare o in quella immediatamente successiva l’architettura della formazione passa dalla implementazione dei poli formativi, incubatori di nuove competenze e di nuovi profili professionali. I poli formativi sono reti territoriali costituite da Scuole, Università, Imprese, Agenzie di formazione, Centri di ricerca. Tali Enti interagiscono per offrire una formazione di alta qualità, che risponda in modo organico e articolato ai fabbisogni di un determinato sistema economico territoriale o di una specifica filiera produttiva. I poli formativi sono finanziati con risorse afferenti dal Fondo sociale europeo. Per la riqualificazione degli occupati, invece, è attivo il Fondo nuove competenze, cofinanziato dal Fondo sociale europeo e gestito dalle imprese in connessione con le organizzazioni sindacali, attraverso l’utilizzo diretto dei Fondi interprofessionali e l’azione concertata degli Enti bilaterali.

Ma per coloro che non sono giovani o non sono occupati? In effetti, sono operativi: il Piano nazionale nuove competenze, promosso dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in collaborazione con l’Anpal (Agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro), d’intesa con le Regioni e il Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol). Mediante il ricorso a tali strumenti, lo Stato si propone di riorganizzare la formazione dei lavoratori in transizione e disoccupati. L’azione riguarda le attività di upskilling e reskilling ed è rivolta ai beneficiari di strumenti di sostegno (Naspi e Dis-Coll), ai destinatari del Reddito di cittadinanza e ai lavoratori che godono di strumenti di integrazione salariale straordinari o in deroga (Cigs, cassa per cessazione attività, trattamenti in deroga nelle aree di crisi complessa).

Ora, tutte queste misure volte a riqualificare l’offerta di lavoro possono fornire i risultati attesi solo se riescono a raggiungere la domanda. Ma come potrà avvenire se i luoghi deputati a individuare e a gestire il matching tra domanda e offerta, che sono le Agenzie per il lavoro, non funzionano? Su un punto i Cinque Stelle non hanno torto: le Agenzie per il lavoro, che per l’organizzazione e il funzionamento dipendono dalle Regioni, sono stati inutili carrozzoni pubblici. Il Governo Meloni, se vuole aggredire la questione dell’insostenibilità economica e morale del Reddito di cittadinanza per le fasce di occupabili, deve procedere a una radicale riforma delle Agenzie per il lavoro, anche se ciò significherà scontrarsi frontalmente con la riottosità dei governi regionali a tollerare invasioni di campo da parte dello Stato centrale. A maggior ragione, se alla riforma resteranno collegate le risorse finanziarie messe a disposizione dall’Unione europea attraverso la programmazione ordinaria (Fondo sociale europeo plus) e quella straordinaria del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). I Governi Conte I e II avevano tentato di bypassare le prerogative regionali sovrapponendo le competenze dei Navigator alla rete territoriale in decozione dei Centri per l’impiego. È stato un fallimento. Le Regioni hanno fatto muro contro le figure professionali, create ad hoc per trovare offerte di lavoro congrue ai beneficiari del Reddito di cittadinanza e per inserirli da riqualificati in un percorso lavorativo e professionale stabile. Il Governo Meloni non può cadere nella stessa trappola.

Un anno non è tanto tempo. Perciò, se il premier intende mantenere la promessa, fatta in campagna elettorale, di demolire l’impalcatura del Reddito di cittadinanza, deve primariamente preoccuparsi di ricostruire dalle fondamenta il sistema dell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro sul quale poggia la filosofia delle politiche attive dell’impiego, poi potrà smantellare il “capolavoro” concepito dal grillismo. Diversamente, facciamo una facile previsione: il sussidio sopravviverà per la gioia di quei tanti, o pochi non importa, che campano lucrando sulla pubblica assistenza.