Elezioni, razzismo e democrazia

A qualcuno, forse, sembrerà normale. Ma il fatto che, nella più antica democrazia del mondo, a due settimane dalle elezioni ancora non si conoscano i risultati definitivi del voto, a me sembra una follia. Le midterm statunitensi si sono svolte martedì 8 novembre ma, nel momento in cui scriviamo (martedì 22), non abbiamo la possibilità di conoscere l’effettivo scarto di seggi tra la nuova maggioranza repubblicana e la rappresentanza democratica alla Camera. Sappiamo solo che il Gop ha raggiunto e superato il “magic number” di 218 deputati che gli consente di rivendicare la vittoria (ma non aveva stravinto Joe Biden?). Tra 219 e 222, però, con un vantaggio così ristretto, anche i più duri di comprendonio possono benissimo capire che esiste una differenza sostanziale.

Eppure, nello Stato più popoloso dell’Unione (la California), ci sono ancora tre seggi in ballo che potrebbero modificare sensibilmente i rapporti di forza tra i due partiti. La colpa, naturalmente, è dell’astruso meccanismo con cui – soprattutto negli Stati governati dai democratici – vengono conteggiati i cosiddetti “voti postali”. In California, questi voti possono arrivare al seggio elettorale anche una settimana dopo l’election day. E c’è addirittura un mese di tempo per calcolare i risultati definitivi. Si tratta di una procedura ridicola, che sarebbe giusto criticare anche se fosse originaria di una nazione che sta sperimentando per la prima volta il metodo democratico.

Che dire, poi, della decisione – presa durante i giorni della pandemia e riproposta con dubbie motivazioni anche in seguito – di spedire a casa di ogni cittadino la scheda elettorale e, soprattutto, di permettere a persone diverse dal singolo votante di raccogliere (anche in massa) le schede e portarle al seggio? Gli americani chiamano questo sistema “ballot harvesting” (“mietitura di voti”). Ma chi si permette di criticarlo, viene definito “razzista” dai custodi del politicamente corretto, con l’accusa di voler impedire alle “minoranze” di partecipare alla competizione elettorale. Naturalmente allo scopo di favorire la “destra razzista”.

È una beffa nella beffa perché, a guardare bene, i “razzisti” sono proprio quelli che difendono queste procedure. Perché mai un elettore afro-americano della Georgia dovrebbe essere sfavorito rispetto a un bianco dell’Idaho, un asiatico dell’Oregon o un ispanico della Florida se si decidesse che il metodo corretto per votare è quello di recarsi alle urne nel giorno delle elezioni con un documento d’identità? Si vuole forse sostenere, implicitamente, che gli afro-americani non sono in grado di ricordarsi la data dell’election day? O che non hanno le capacità intellettuali per ottenere un documento d’identità?

Per quale motivo, nelle comunità nere delle grandi città statunitensi, il Partito democratico si fa carico – dopo aver spedito per posta le schede elettorali – di andarle a ritirare per consegnarle in massa alle autorità preposte al conteggio senza nessun tipo di controllo “fisico” sulla corrispondenza tra elettore e scheda? E come fanno, questi stoici difensori della democrazia, a non capire che proseguendo su questa strada si riesce solo a dare più fiato a chi – da destra o da sinistra – continua a contestare i risultati delle elezioni ogni volta che la propria parte viene sconfitta?

Si tratta, probabilmente, di una battaglia persa. Perché i media continuano a diffondere e ad amplificare la narrazione secondo la quale ogni tentativo di riforma è intrinsecamente legato alla volontà di impedire ai neri di votare (per sfavorire il Partito democratico). E a niente servirà il fatto che, negli Stati in cui qualche passo in avanti è stato fatto (come in Georgia o in Florida), la partecipazione al voto sia addirittura cresciuta e che i risultati definitivi siano stati diffusi a poche ore dalla chiusura delle urne. Come dovrebbe essere.

Intanto noi, a due settimane dal voto, ancora aspettiamo i risultati del terzo distretto della California, dove il repubblicano Kevin Kiley ha circa 10mila voti di vantaggio sul democratico Kermit Jones, ma con soltanto il 72 per cento delle schede scrutinate. Chissà se per Natale ci concederanno la grazia di farci conoscere la verità.