Tecnocrazia e democrazia

La politica, quella alta, dovrebbe prospettare agli elettori una visione di società. Una idea di futuro per le nuove generazioni. La scelta tra una politica liberale, liberista e libertaria dove al centro c’è il cittadino e lo Stato deve essere al suo servizio e non deve essere considerato un suddito. Uno Stato che pretende dai contribuenti le giuste imposte per le spesa pubblica necessaria senza elargire provvidenze e sovvenzioni alle clientele politiche. In alternativa un Paese con alta pressione fiscale, magari con ulteriori imposte patrimoniali, per sostenere politiche di assistenza pubblica che in alcuni casi (reddito di cittadinanza) parrebbe un vero e proprio voto di scambio. Quale idea di società può avere un’aggregazione politica che punta alla ingovernabilità di un Paese?

Per i conviventi forzati, Carlo Calenda e Matteo Renzi, la discriminante per il governo dell’Italia non è una democrazia compiuta dove chi vince governa per la legislatura e l’opposizione si prepara per ribaltare il risultato alle prossime elezioni politiche, ma si deve votare per mera formalità e affidare l’esecutivo al tecnocrate di turno gradito alla sinistra, all’Europa di Olaf Scholz, Emmanuel Macron, Joe Biden e alla grande finanza internazionale.

Il programma politico di Calenda è quello di cercare i voti per “non far vincere il centrodestra” e riportare al governo Mario Draghi. Anche se ha dichiarato, urbi et orbi, che non è disponibile per un secondo mandato. Ci può sempre ripensare. Ma può un elettore di buon senso esprimere il proprio voto a favore di una aggregazione politica (matrimonio di convenienza) tra Azione e Italia Viva che si prefigge come obiettivo disattendere la volontà popolare per affidare il governo della nazione a un tecnocrate che non risponde agli elettori? Sono sinceramente basito. Come è possibile che un politico del calibro di Matteo Renzi possa avallare una strategia comunicativa basata sull’assunto che l’elettore deve limitarsi a mettere la scheda nell’urna, poi per formare la maggioranza e il governo se ne occuperà il palazzo. Il pariolino prestato alla politica “svolgevo altre attività meglio remunerate”, abolirebbe le elezioni a suffragio universale e al massimo ritornerebbe al “voto per censo” limitando il diritto di voto alle Ztl dei centri storici solo delle grandi città. Ha la presunzione di pensare che il 20 per cento dei voti ottenuti alle Comunali di Roma, calcolati non sugli aventi diritto ma sul 48,54 dei votanti, rappresenti il voto nazionale. Ne vedremo di belle la notte del 25 settembre dopo i primi dati sui risultati elettorali tra i due soci che hanno stipulato un patto leonino! Carlo Calenda “stai sereno”!