La proposta belga: magistrati in galera

Lo aveva detto 40 anni fa Leonardo Sciascia

Una buona idea, un ottimo suggerimento, viene dal Belgio: sono stati “incarcerati55 magistrati tra pubblici ministeri e giudici che, volontariamente, hanno scelto di sperimentare la vita dei detenuti. L’istituto di pena che si trova nella zona di Bruxelles è il carcere di Haren, una nuova struttura con una capacità di 1.190 detenuti che sarà inaugurata il 30 settembre. L’obiettivo è stato quello di comprendere meglio la vita quotidiana dei reclusi e cosa significhi essere privati della libertà personale. I magistrati hanno dovuto obbedire agli ordini e le istruzioni del personale carcerario, è stato tolto loro il cellulare, hanno mangiato gli stessi pasti e compiuto le stesse attività degli altri detenuti. Sono stati impiegati, tra l’altro, in cucina e in lavanderia. Sono stati trattati come veri e proprio prigionieri. Lo ha raccontato “Il Dubbio”.

I magistrati” – ha detto il ministro della Giustizia belga, Vincent Van Quickenbornesanno ovviamente come funzionano le cose in un carcere, ma viverle in prima persona offre loro un’opportunità unica che può aiutarli a emettere sentenze con piena cognizione di causa”. In Belgio, insomma, si fa quello che una quarantina d’anni fa aveva suggerito Leonardo Sciascia nella prefazione del libro “Storie di ordinaria ingiustizia”, di Raffaele Genah e di chi scrive: ogni magistrato, dopo aver superato il concorso, mandato a un “soggiorno” di una settimana in un carcere, come quello napoletano di Poggioreale o il palermitano Ucciardone. Per vedere e capire.

Prima di chiudere questa nota, un riconoscimento a un magistrato. Giorni fa era in una platea di un cinema a Milano, ha seguito l’anteprima di un documentario, “Peso morto”, di Francesco Del Grosso, che racconta dell’incredibile vicenda di Angelo Massaro, vittima di un tragico errore giudiziario: accusato per un omicidio mai commesso, ha scontato ben 21 anni di carcere prima di vedersi riconosciuta la sua innocenza. Quel magistrato non è responsabile di quella sentenza di condanna sbagliata. Tuttavia, ha chiesto di intervenire: in un minuto e mezzo si è scusato a nome dei suoi colleghi per quell’errore e i tanti che si consumano tra il silenzio e l’indifferenza generale. Quel magistrato si chiama Cuno Tarfusser ed è sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Milano. Gli si renda il merito che gli si deve.