Accordo Letta-Calenda: effetto notte

L’accordo di cartello tra il Partito Democratico e Azione ha mosso il quadro politico non solo a sinistra, ma anche a destra. Carlo Calenda ha giocato le sue carte costringendo un Enrico Letta più spaventato del solito a una resa incondizionata alle sue richieste. Il leader di Azione ha ottenuto un rapporto di 70 a 30 tra il Pd e il suo partito nella ripartizione delle candidature di coalizione nell’uninominale. Considerando che tutti i sondaggi, per quello che valgono, assegnano al partito di Calenda in combinazione con “+Europa” di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova un generoso 4 per cento di consensi, la combriccola calendiana-boniniana si è assicurata un bottino di potenziali seggi molto superiore alle più rosee aspettative.

Calenda ha ottenuto anche la totale marginalizzazione degli altri partecipanti al cartello elettorale del centrosinistra. La premiata ditta di Sinistra Italiana, guidata da Nicola Fratoianni, ed Europa Verde, di Angelo Bonelli, è stata esclusa dalle candidature nell’uninominale: nessun esponente dell’ala radicale verrà presentato per prendere i voti di tutti i componenti del cartello. Sinistra Italiana ed Europa Verde dovranno cavarsela da sole per far eleggere nella quota proporzionale un proprio gruppo di deputati e senatori. Stesso discorso per Luigi Di Maio e per la pattuglia di disertori pentastellati che si sono raggruppati in un immaginifico movimento, “Impegno civico”, alias “grillini per Tabacci” dal nome del loro “lord protettore” e sponsor, Bruno Tabacci. Al solo ministro degli Esteri del Governo Draghi è stato promesso un salvacondotto, offerto dal Pd, per una rielezione sicura. Lo chiamano “diritto di tribuna”. Nella realtà, si tratta d’inserire nelle liste del partito maggiore (il Pd), in posizione blindata, il capo di una micro-formazione alleata. Con questo accordo, Enrico Letta punta al solo risultato realisticamente conseguibile: con un sostanziale pareggio al Senato impedire la vittoria oltremisura del centrodestra. Il progetto prevede che, qualora il centrodestra non raggiungesse l’autosufficienza numerica anche in uno solo dei rami del Parlamento, si spalancherebbe la porta all’ingovernabilità. Al cospetto di uno scenario fosco, ritornerebbe in gioco il Quirinale, pronto a far valere la clausola della responsabilità che impone un accordo trasversale tra componenti dei poli (maggioranza Draghi?) per dare sostegno all’ennesimo Governo di salvezza nazionale, presieduto da un tecnico d’area gradito al Capo dello Stato e con il Partito Democratico nella stanza dei bottoni a guidare i giochi. Un déjà-vu che condannerebbe il Paese a un altro esproprio della sovranità popolare a opera dei soliti noti.

Questo è lo schema strategico messo a punto dal cartello Letta-Calenda, che è funzionale ai loro interessi di bottega ma non a quelli degli altri partiti. A cominciare dai potenziali alleati. Non è un caso che le strane coppie – Luigi di Maio/ Bruno Tabacci e Nicola Fratoianni/Angelo Bonelli – che dovrebbero supportare le forze motrici del cartello, abbiano reagito malamente all’annuncio dell’intesa tra Pd, Azione e +Europa. Fratoianni e Bonelli parlano di un profondo disagio registrato “nel Paese e in particolare nel complesso dell’elettorato di centrosinistra. In queste ore i due riflettono sul da farsi: prendere o lasciare? Non ci stanno a fare da portatori d’acqua nei collegi uninominali agli altrui candidati, non vedendo loro riconosciuta pari dignità rispetto a un partitino che, al momento, ha espresso le sue potenzialità solo nel mondo virtuale dei sondaggi. In effetti, i discreti risultati ottenuti da Azione alle recenti elezioni amministrative, proprio perché circoscritti territorialmente, non fanno aggio nella ponderazione del peso specifico del partito su scala nazionale.

La strambata di Calenda ha avuto ripercussioni positive anche fuori del perimetro del costituendo cartello. In primo luogo, il ricongiungimento di Azione al Partito Democratico ha liberato spazio al centro. Ciò consente a Matteo Renzi di rivendicarne la leadership, ancorché potenziale. Sebbene la legge elettorale fissi al 3 per cento di voti ottenuti la soglia di sbarramento per l’accesso in Parlamento, il leader di Italia Viva può puntare a una quota di consensi più ampia anche in costanza di una corsa in solitario. Vieppiù, la constatazione di essere stato abbandonato dal naturale alleato moderato potrà essere spesa da Matteo Renzi come argomento di campagna elettorale. L’idea romantica dell’eroe che non si piega a un umiliante compromesso e sceglie di andare incontro al suo destino da uomo libero, che non ha tradito se stesso, le sue idee e i compagni d’avventura, fa sempre breccia in una quota di opinione pubblica appassionata di romanzi d’appendice. E visto che i voti si contano e non si annusano, per Renzi e soci, al momento tutto fa brodo.

Carlo Calenda, suo malgrado, gli ha fornito il taglio di carne più pregiato perché, alla fine, il brodo riesca. Come in un inning di baseball, il “battitore” Calenda ha colpito la palla speditagli dal “lanciatore” Enrico Letta. Non è stata un fuoricampo, ma dalla terza base è schizzato via il “corridore” Giovanni Toti in direzione della casa base del centrodestra. Fuori di metafora, la micro-formazione “Italia al centro”, messa in piedi da Giovanni Toti, in passato non aveva fatto mistero di puntare alla costruzione di un terzo polo moderato, con Italia Viva e Azione, dal quale cannoneggiare Forza Italia e i liberali del centrodestra. Caduto il Governo Draghi, Giovanni Toti attendeva fiducioso una chiamata dai campioni del moderatismo centrista che guarda a sinistra. Chiamata che non c’è stata. Per evitare di restare fuori da tutti i giochi, dopo la fuga in avanti di Calenda conclusasi con l’apparentamento col Partito Democratico, il governatore della Liguria è stato costretto a un fulmineo dietrofront in direzione del campo d’appartenenza originario.

Anche Forza Italia trae un vantaggio dalla scelta di Calenda. L’arrogante capo di Azione aveva lanciato un’Opa ostile sull’elettorato berlusconiano, spacciando una fedeltà all’ideale liberale che, stando alla sua ricostruzione dei fatti, Silvio Berlusconi avrebbe tradito mettendosi con i sovranisti e i populisti. In tale cornice tattica si inserisce il coup de théâtre, a beneficio dei media, dell’accoglienza offerta alle ministre forziste fuoriuscite dal partito azzurro. Calcolo sbagliato in partenza, visto che l’elettorato tradizionale di Forza Italia non sarà mai disponibile a fornire carburante al Partito Democratico, anche indirettamente, per il tramite di una delle aggregazioni ancillari della galassia progressista.

Ma l’elenco dei beneficiari della “genialata” di Carlo Calenda non finisce qui. C’è spazio anche per il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte. La pregiudiziale draghiana, che Calenda ha posto a Enrico Letta in termini di precondizione non negoziabile nella formazione del cartello elettorale, di fatto sottrae al Partito Democratico centralità nella rappresentanza dell’elettorato storico della sinistra che, senza troppi clamori, non ha condiviso per intero l’azione di Governo di Mario Draghi. L’apparentamento del Pd con la componente centrista di Calenda scopre il fianco sinistro del cartello, spazio nel quale potrebbe incunearsi con una qualche astuzia e una buona dose di faccia tosta l’avvocato di Volturara Appula, capo di un Movimento magmatico, qualunquista e camaleontico. Giuseppe Conte, costretto a correre in solitudine con i Cinque Stelle non per scelta ma per il rifiuto dei potenziali alleati di dirsi apparentati, potrebbe rivendicare la leadership di uno spazio politico ristretto, vocato programmaticamente alle istanze giustizialiste e all’ambientalismo giacobino della sinistra fricchettona, a sua volta popolata da gruppi protestatari e da rivoluzionari immaginari, che tuttavia cuba nelle urne alcuni decimali di punto.

Rebus sic stantibus, la geografia elettorale che si rappresenterà sulla scheda del prossimo settembre vedrà la contrapposizione di un polo di centrodestra a un mezzo polo di centrosinistra intorno al quale ruotano alcune monadi. Quella centrista, autoreferenziale, di Italia Viva; quella vintage della “fantasia (e incompetenza) al potere” dei Cinque Stelle e della sinistra extraparlamentare; quella dura-e-pura del duo Fratoianni/Bonelli, i quali preso atto di non poter sottostare ai diktat di Carlo Calenda, potrebbero tentare da soli l’avventura elettorale. Un mosaico tanto strampalato, in politica, non si era mai visto. Toccherà agli italiani il prossimo 25 settembre saper distinguere gli onesti lavoratori e i bravi apprendisti dai cattivi maestri, dagli “avventuristi”, dai falsi profeti, dagli imbonitori senza scrupoli e dagli apprendisti stregoni.