Il parroco, il vescovo e il procuratore

Tutti sappiamo che la realtà spesso è molto più fantasiosa della più originale delle fantasie, ma il fatto accaduto pochi giorni fa sembra superare ogni ipotesi possibile. I protagonisti della vicenda sono tre: un sacerdote, un vescovo, un procuratore della Repubblica.

Il sacerdote, il milanese Don Mattia, ha pensato bene, assediato dal caldo insieme ai giovani che ne avevano seguito le meditazioni nei giorni precedenti, di celebrare messa su un materassino in mezzo all’acqua del mare, che arrivava alla cintola, davanti a una spiaggia di Crotone. Dal vescovo, che ha brillato per il suo silenzio assordante, a meno che non abbia detto delle cose che ha sentito solo lui, ma non i mezzi di informazione che nulla hanno di lui riportato, nessuna iniziativa e nessuna presa di posizione. Ultimo – ma non ultimo – il procuratore di Crotone che, per non aver nulla di meglio da fare, ha fatto ciò che non doveva e non poteva. Vale a dire dar vita a una indagine nei confronti del sacerdote, per il reato di vilipendio della religione.

La cosa rasenta e forse oltrepassa il senso del comico, dal momento che se il sacerdote sembra del tutto immune da ogni pur flebile autocontrollo comportamentale, battezzando la propria azione quale benfatta solo perché supportata da buone intenzioni (dimenticando, però, che di buone intenzioni son lastricate le vie dell’inferno), da altro punto di vista, vescovo e procuratore sembra che si siano scambiati, inconsapevolmente, i ruoli, finendo con l’invadere ciascuno il campo dell’altro: ma senza dirlo, senza volerlo. Infatti, il vescovo, il solo cioè abilitato dall’ordinamento canonico a sorvegliare (il verbo “episkopein”, dal quale il sostantivo Vescovo, significa appunto sorvegliare, controllare) l’operato dei sacerdoti, anche dal punto di vista dei riti celebrati e della loro conformità alle regole canoniche, tace e fa da spettatore. Invece il procuratore, non abilitato per nulla a intromettersi nelle vicende canonistiche, diventa protagonista, assumendo addirittura che la messa sull’acqua rappresenti la fattispecie del vilipendio nei confronti della religione e ritenendosi legittimato, perciò, a valutare la portata sacramentale dei riti religiosi, allo scopo di individuare la consumazione di quel reato. Insomma, una sorta di involontario gioco delle parti, dove ciascuno recita la parte dell’altro, ma – ed è questo che fa pensare – senza volerlo e senza saperlo.

Ne viene che sarebbe lecito dubitare che il Vescovo sia consapevole fino in fondo di ciò che sia necessario davvero controllare. E, parimenti, che il procuratore si renda davvero conto che la legittimità della propria iniziativa non giunga al punto da sindacare l’operato dei sacerdoti, circa le modalità adottate nella celebrazione dei riti religiosi. Cose ovvie e scontate, molti direbbero. E avrebbero ragione. Ma a volte son proprio le porte dell’ovvio che occorre tener bene aperte. Per evitare il rischio che qualcuno non riesca a vederlo.