Liceo Amedeo d’Aosta: la storia gloriosa che una scuola vuole cancellare

La decisione di taluni professori di un liceo di Pistoia che vogliono cambiare denominazione all’Istituto intitolato ad Amedeo d’Aosta, figura per essi negativa in quanto evocante la monarchia e il fascismo, impone una riflessione anche sui motivi all’origine dell’altissima percentuale di concorrenti all’ultimo concorso in magistratura bocciata per non saper scrivere correttamente una frase compiuta in italiano. Può darsi che il consiglio dei docenti di quel liceo si sia ispirato al movimento della “cancel culture”, anche se in genere per cancellarla una cultura bisognerebbe almeno possederla. O perlomeno si suppone che i proponenti di una questione considerata irrilevante per gran parte degli studenti di quell’istituto scolastico, non sappiano chi fosse davvero l’Amedeo d’Aosta incautamente accusato.

Figlio di Emanuele Filiberto, comandante di quell’Armata mai sconfitta nel corso della Prima guerra mondiale, all’inizio del conflitto s’arruolò come soldato semplice (!) nel Reggimento Artiglieria a cavallo e, mandato in prima linea come servente d’artiglieria sul Carso, fu decorato e promosso per meriti. Non aveva ancora diciassette anni. Come premio per “aver fatto bene il suo dovere”, al termine del conflitto il padre gli consentì di seguire in Somalia lo zio Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, nella tenuta sulle rive dello Uèbi Scebèli, dove l’azienda agricola che insieme realizzarono per produrre cotone e canna da zucchero divenne un modello di aggregazione e occupazione con il nome di Villaggio Duca degli Abruzzi.

Poco dopo, si imbarcò alla volta del Congo: lo attendeva un lavoro in un saponificio anglo-belga, come uno dei tanti giramondo irrequieti di quei tempi. Serbò l’anonimato, presentandosi come Amedeo Della Cisterna.  Entrato nello stabilimento come manovale, intelligente e capace, conoscitore di più lingue, ben presto fu promosso vicedirettore. Dopo qualche tempo, con disappunto dei proprietari, rientrò in Italia e, laureatosi, riprese la vita militare, dove pretese di essere trattato come tutti gli altri ufficiali e ridusse all’essenziale tutte le sue esigenze.

Divenuto generale, nel 1936 fu nominato viceré d’Etiopia. Giunto ad Addis Abeba, si propose di farne la più bella città dell’Africa. Villa Italia non fu solo residenza del Duca e della moglie, bensì una struttura aperta a tutti gli italiani in Etiopia. Dopo la gestione di Pietro Badoglio, la regione necessitava di un risanamento morale ed economico. Amedeo cominciò con il lamentare il taglio degli alberi del viale prescelto per i festeggiamenti al suo arrivo, per poi annullare appalti sovrastimati per centinaia di milioni, decisi direttamente dal ministero dei Lavori pubblici di Roma. Le cronache del tempo riferirono che si fece carico di taluni ammanchi di cassa, affinché lo Stato non ne soffrisse.

Si recava nelle regioni più sperdute, per portare un saluto ovunque, ai drappelli di soldati come alle imprese italiane, soffermandosi con militari e operai, per sondarne il reale tenore di vita, aldilà dell’ufficialità delle visite. Anche per i regali ebbe una visione eccentrica: i pezzi di valore li devolveva a famiglie povere, aggiungendovi del suo.

Conobbe bene gli inglesi, avendo tra l’altro frequentato le loro università e, alla vigilia del Secondo conflitto mondiale, fece sapere a Benito Mussolini che, in caso di guerra, l’Africa orientale italiana non sarebbe stata pronta al confronto con le truppe britanniche, al contrario delle valutazioni degli stati maggiori. All’inizio del 1941, infatti, di fronte alla travolgente avanzata delle forze inglesi nell’Africa orientale italiana, le poche truppe tricolori rimaste al suo comando si ritirarono, per organizzare l’ultima resistenza sulle montagne etiopiche.

Dal 17 aprile al 17 maggio 1941 Amedeo s’asserragliò sull’Amba Alagi con 7mila uomini: una forza composta da carabinieri, avieri e marinai e circa 3mila militari delle truppe indigene. Visse come l’ultimo dei suoi commilitoni, consumando metà del rancio di un soldato, sempre presente dove più si soffriva e si combatteva. Amedeo decise di trattare la resa, considerata l’inutilità di superare i limiti della resistenza mostrata dai suoi militi, stremati da freddo e fame, eppure irriducibili contro i 41mila britannici. Le truppe inglesi resero ai sopravvissuti l’onore delle armi in segno di ammirazione.

In prigionia il Duca spartì le sorti con i suoi soldati, le cui condizioni si preoccupò di migliorare, per quanto possibile. Non altrettanto ebbe cura di se stesso: ben presto la malaria e la tubercolosi lo sopraffecero. Nei primi giorni del 1942, alzatosi con fatica dal letto, espresse il desiderio di poter salutare un’ultima volta i suoi militari. Ultimo atto di un’esistenza protesa all’umiltà, all’onestà e al sacrificio. Morì poco dopo, il 3 marzo 1942. Anche il comandante inglese e i suoi ufficiali della guarnigione britannica indossarono il lutto al braccio. È sepolto per sua volontà insieme ai suoi soldati, nel sacrario militare di Nyeri, in Kenya.

Un bell’esempio per i giovani studenti, forse meno per chi è oramai assuefatto a un mondo in cui parlare di certi valori è scomodo e desueto. Si spera che i magnifici professori propensi all’espunzione del suo nome non sappiano questa storia, altrimenti sarebbe ancor più grave la loro decisione, forse dettata da elementi che nulla hanno a che fare con episodi che hanno, in parte, riscattato un brutto periodo del nostro Paese.