Le inchieste e i processi sui morti

Non sono riusciti quando erano in vita, in merito ai vari presunti protagonisti dell’eversione nera e dintorni, a condannarli dopo infiniti processi. Oltre ad anni fatti passare in carcere a ufo. Ma ora che sono morti, e che sono morte anche le vittime e in taluni casi i familiari di queste ultime, nonché i testimoni dell’epoca – at least 30 o 40 anni orsono – i pentiti, i pubblici ministeri e i giudici, tutto diventa più facile. Si ricomincia daccapo, riciclando vecchie accuse, vecchie calunnie e vecchissimi teoremi. E si giudica l’intera storia d’Italia in contumacia di tutti i protagonisti, buoni o cattivi che siano stati. Un afflato compulsivo dell’onanismo dei teoremi accusatori in cui, finalmente, è possibile suonarsela e cantarsela da soli. Dandosi ragione nelle trasmissioni televisive e in alcuni giornali che si prestano. Con pressoché nessuno dei pochi rimasti in vita per contestare questo modo di procedere.

La storia di Stefano Delle Chiaie come tramite tra la P2, i servizi deviati e la mafia stragista, complice e co-organizzatore di Capaci, è roba che nessuno si sarebbe mai bevuto, di quelli che conoscevano gli atti dei processi e delle inchieste fatte a tempo debito sia pure con tutta la lunghezza della giustizia all’italiana. Ma oggi tutto è possibile: condannare sui si dice, sulle calunnie di personaggi screditati o di loro compiacenti ex mogli e amanti. Un delirio di onnipotenza e insieme di impotenza. E con buona pace anche di principi costituzionali come il “ne bis in idem”.

Qui vige la prassi del “ti processo come e quando voglio”. Anche dopo morto, se mi è “andata buca” quando eri vivo. E a una giustizia che procede e vive alla giornata così, utilizzando le commemorazioni per compiere le sue piccole vendette, certo non basteranno né le riforme come quella di Marta Cartabia e neanche i sacrosanti referendum dei Radicali per cambiare verso. Qui ci vorrebbe un pellegrinaggio in toga a Lourdes per tanti ma tanti anni di seguito.