I cattolici discutono sul sesso e sull’asterisco di Dio

Gli storici del futuro, forse, ironizzeranno su quei teologi cattolici che di questi tempi “discutono sul sesso di Dio”, proprio come i teologi bizantini del XV secolo “discutevano sul sesso degli angeli” mentre i turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli nel 1453, ponendo fine al cosiddetto Impero romano d’Oriente. In effetti, i teologi cattolici discutono in questi giorni se alla parola Dio bisognerebbe aggiungere un asterisco in teoria per non discriminare le donne, ma in realtà soprattutto per “includere” gli appartenenti alle minoranze Lgbt+ e mettersi in sintonia con lo spirito del tempo e del mondo e con le prescrizioni della neo-lingua politicamente corretta, ormai penetrata anche nelle chiese cristiane. Tutto è nato da un documento della Comunità cattolica giovanile tedesca, Katholische junge Gemeinde. Secondo i giovani cattolici tedeschi si dovrebbe scrivere Dio* per sancire nero su bianco con l’asterisco quel che tutti sanno e cioè che Dio ovviamente non è né maschio né femmina.

“La rappresentazione di un Dio maschio e bianco non è all’altezza e rende più difficile l’accesso di molti giovani alla Chiesa e alla fede” hanno scritto i giovani tedeschi nella loro proposta, preoccupati di “non discriminare le donne”. Per ora la Conferenza episcopale tedesca, nonostante le divisioni al suo interno tra progressisti e tradizionalisti, si è ricompattata e ha pronunciato un poco deciso “no, per il momento”.

Il dibattito teologico sulla questione non è rilevante in questo momento. Abbiamo ben altri problemi da affrontare nella Chiesa” ha tagliato corto il portavoce della conferenza, Matthias Kopp, lasciando però la porta aperta alla possibilità che in futuro la questione possa essere riproposta. Lo lascia pensare il fatto che un vescovo tedesco, Johannes Wübbe, responsabile del settore giovanile della stessa Conferenza episcopale tedesca, abbia accolto con favore l’ipotesi dei suoi ragazzi: “È positivo che giovani cristiani vogliano discutere sull’immagine di Dio”. E come lui la pensano altri prelati e teologi che non escono per il momento allo scoperto, ma che sembrano avere mandato avanti i giovani. Sulle riviste cattoliche, comunque, in questi giorni se ne parla e alcuni giudicano “positiva” la proposta. È una questione, però, che ne aprirebbe a cascata molte altre non solo linguistiche che, pur essendo di per sé ridicole, rischiano di coinvolgere la credibilità delle scritture.

Bisognerebbe per esempio modificare il Padre nostro, la preghiera insegnata da Gesù Cristo in persona? Magari sostituendo il suo inizio con “Genitore 1 nostro”? La parola “Signore” dovrebbe essere sostituita da “Signor*? E come leggerla? L’incarnazione di Dio in un uomo come Gesù di Nazareth sarebbe in discussione nella stessa “scrittura” (in tutti i sensi). Si porrebbe la questione, finora mai discussa: di che sesso era Gesù? Bisognerebbe scrivere “figli* di Dio”? L’espressione “figlio dell’Uomo” porrebbe poi dei problemi insolubili. Problemi analoghi potrebbero essere costituiti dalla definizione di Maria come “madre di Gesù” e “di Dio”. Si dovrebbe usare la parola “genitore 2” anche per lei? E perché 2 e non 1? Sono domande che suscitano il riso, ma su quelle domande si agita il mondo cattolico progressista. La Chiesa tedesca, in particolare, è attraversata da tendenze progressiste favorevoli a una laicizzazione della vita ecclesiastica e a un “abbraccio al mondo”. È in corso un sinodo “vincolante” che discute su potere clericale, ordinazione di sacerdotesse o diaconesse e del ruolo del sacerdote. In Vaticano c’è preoccupazione e persino il timore di uno scisma all’interno del Cattolicesimo. Sui vescovi progressisti tedeschi piovono da tempo accuse di “protestantizzazione”.

La Chiesa protestante europea e americana, a differenza di quella cattolica, è, infatti, molto sensibile alle istanze politically correct. Il primate della Chiesa luterana di Svezia, Antje Jackelén – per esempio – ha ammesso che appellarsi al “Signore” è “discriminatorio nei confronti delle donne”. Il dibattito circa la “natura” di Dio non è nuovo all’interno della Chiesa. Il 10 settembre 1978 Papa Albino Luciani, nel terzo suo Angelus, affermò: “Dio è papà; più ancora è madre”. Questa affermazione provocò sconcerto anche in Vaticano. Ma senza vero motivo, perché lo stesso Papa Giovanni Paolo I non intendeva discettare sul sesso di Dio, come risulta chiaro dalle sue frasi successive. Dio come una mamma – disse – “ha sempre gli occhi aperti su si noi, anche quando sembra ci sia notte… i figlioli se per caso sono malati hanno un titolo in più per essere amati dalla mamma”.

La posizione della Chiesa sulla cosiddetta “natura” di Dio è ovvia e chiara e si trova espressa nel catechismo: “Dio trascende la distinzione umana dei sessi”. Posizione ribadita dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2001: “Dio è Dio. Non è né uomo né donna, ma è al di là dei generi. È il totalmente Altro… Uomo e donna sono entrambi la sua immagine. Entrambi provengono da lui ed entrambi sono racchiusi potenzialmente in lui” (vedi Joseph Ratzinger e Peter Seewald, “Dio e il mondo: essere cristiani nel nuovo millennio”, San Paolo edizioni, 2001).

Si tratta di posizioni note poi sin dall’epoca di Paolo di Tarso che scrisse nella sua lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti siete uno in Cristo Gesù”. Non ci sarebbe bisogno né di San Paolo né della sapienza teologica di Ratzinger per capire che le parole “Padre”, “Signore”, “Figlio” (e anche “madre”), in ambito religioso, sono delle metafore che non hanno nulla a che fare con il sesso, ma hanno una valenza solo spirituale. Esse rispondono all’esigenza, presente in tutte le lingue del mondo, di indicare con il genere maschile l’essere umano come quando si dice “uomo” per indicare non il maschio, ma l’intera umanità. Solo i bambini, che hanno bisogno di rappresentarsi Dio in qualche maniera, non capiscono poi che l’immagine iconica e antropomorfica di Dio come un vecchio uomo bianco con la barba e la lunga capigliatura bianca (come quello michelangiolesco della Cappella Sistina) risponde all’esigenza di rappresentare in qualche modo (adeguato alla cultura del tempo) l’irrappresentabile Creatore, che è al tempo stesso sia padre, sia madre.

I cattolici progressisti sembrano, però, non capire o fingono di non capire queste semplici cose. Ci si deve chiedere: come mai? La nostra ipotesi è che il loro intento non sia tanto quello di non discriminare le donne cattoliche (che non si sentono affatto discriminate dalla parola Dio né dalle rappresentazioni iconiche del Dio Padre) quanto per adeguarsi allo spirito del tempo (rappresentato dal politicamente corretto) nell’illusione di attrarre con questo nuovi fedeli, facendo sentire inclusi tutti i “diversi”. A tale fine rischiano, però, di fare di Dio un Dio della diversità e della fluidità di genere (una specie di “Dio-trans”) buono per tutti gli usi, conformandosi alla moda del gender che pretende di superare i concetti stessi di uomo e di donna, affermando l’esistenza di cinque generi (e anche più).

Sono posizioni di per sé ridicole, che però possono avere conseguenze molto serie sulla Chiesa cattolica. Il politicamente corretto con la sua retorica della anti-discriminazione è un’arma potente e insidiosa, che penetra dovunque e rischia di erodere dall’interno anche le Chiese cristiane, come tutte le altre istituzioni della civiltà occidentale.