“Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e non conosce il valore di nulla”: così, nel suo Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde ha sagacemente sintetizzato uno dei più attuali e concreti aspetti del mondo odierno, cioè il dilagante economicismo che permea il pensare e l’agire dell’uomo contemporaneo. In questa direzione si può intendere l’idea, divenuta concretezza giuridica, del Governo di Singapore di non pagare più le cure ai pazienti Covid che non si sono voluti vaccinare, sottomettendo, per ragioni di carattere puramente economico, la tutela del diritto alla salute alle opzioni etiche o ideologiche del titolare del diritto alla salute medesimo. Non occorre dimenticare, in tutta questa vicenda – tanto più tragica quanto più esaminata senza i filtri ideologici dell’emergenzialismo pandemista, cioè tramite le cristalline lenti della morale e del diritto – che già nel 2009 una analoga decisione era stata assunta dalle istituzioni di Singapore attraverso la legalizzazione della compravendita di organi umani. Avendo già chiarito, in passato e proprio da queste colonne, le difficoltà etiche e giuridiche della scelta di far pagare le cure ai non vaccinati in caso di loro contagio, occorre adesso focalizzare l’attenzione su un profilo che sempre più aggressivamente sta emergendo, come erba infestante, nel sottobosco della gestione della pandemia, cioè la visione utilitaristica.
Nella prospettiva utilitaristica il bene e il male non sono tali in se stessi considerati, ma soltanto in relazione all’effetto dell’accrescimento o della diminuzione della felicità che si riesce a procurare o sottrarre alla maggioranza degli esseri umani, per cui se al bene dei più corrisponde il male dei pochi è moralmente accettabile che così sia. Nell’ottica utilitarista occorre cioè massimizzare il risultato dell’utile per i più, ed è con ciò che una azione potrà dirsi moralmente buona. La pandemia, in questo senso, è stata un palcoscenico costante del suddetto paradigma morale, come, per esempio tra i tanti, si deve ricordare allorquando, in Svizzera e altrove, durante la prima ondata di contagi nell’inverno del 2020 si decise di non ricoverare, in caso di carenza di posti in terapia intensiva, gli anziani, dando la precedenza soltanto ai giovani per poter salvare non già più vite, ma il maggior numero di anni di vita.
In questo senso si mosse anche la decisione dell’Indonesia, all’inizio della campagna vaccinale nell’inverno del 2021, di immunizzare prima i giovani e soltanto dopo gli anziani e i più fragili. Ancora: l’idea di poter far pagare le cure mediche ai No vax – pur in assenza di obbligo vaccinale, pur in assenza di una specifica fattispecie criminosa che sanzioni il comportamento No vax, pur in presenza del fatto che nella ordinaria contribuzione fiscale il No vax ha già assolto ai propri debiti divenendo “creditore” della prestazione sanitaria che gli si vuole negare e contribuendo a foraggiare quelle casse pubbliche con cui si acquistano i vaccini, pur in presenza di un generale divieto di discriminazione in tempo di pandemia secondo quanto sancito dall’Oms in unione con l’Unesco e l’International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies contro lo stigma sociale in tempo di pandemia da Covid-19 – risponde esattamente alla medesima logica di matrice utilitaristica, cioè di massimizzazione del risultato a favore dei più anche a costo di ledere il bene e i diritti dei pochi. A questo punto occorre riflettere a fondo su un tale tipo di proposta.
Delle due l’una: se è determinata da pure ragioni di carattere economico non è giustificabile, sia in quanto oramai i non vaccinati sono una esigua minoranza della popolazione, sia in quanto non si tratta di ragioni adeguate per comprimere o perfino sopprimere un diritto fondamentale come è il diritto alla salute; se, invece, è determinata da pure ragioni di carattere sanzionatorio, anche in tal caso non è giustificabile proprio perché la fondamentalità del diritto alla salute lo rende indisponibile ai fini sanzionatori, tanto che la tutela del medesimo è riconosciuta e garantita anche a coloro che vengono condannati e detenuti per i più efferati delitti (almeno in una cornice giuridica quale è quella di uno Stato di diritto che riconosce i diritti umani e fondamentali di tutti, cioè anche dei detenuti).
Appare evidente, insomma, come una tale proposta sia sostanzialmente in diretto conflitto con una autentica dimensione morale incentrata sulla persona umana, e in palese contrasto con i principi fondativi elementari della democrazia e dello Stato di diritto. La suddetta idea, allora, è sostanzialmente la punta estrema della logica utilitaristica che finisce per disconoscere la dignità umana, stabilendo un prezzo per ciò che ha una dignità, in aperto contrasto con gli insegnamenti morali razionali della cultura occidentale, come quelli derivati dal pensiero di Immanuel Kant per il quale “ciò che ha una dignità non ha un prezzo e ciò che un prezzo non ha una dignità”. La pandemia, in conclusione, è divenuta lo scenario ideale di sviluppo, implementazione e diffusione a livello mondiale del pensiero post-capitalista che tritura la dignità umana all’interno degli ingranaggi del profitto economico in qualunque modo ottenuto, anche e soprattutto se in contrasto con la persona, venendo così alla mente le parole di Nikolaj Berdjaev per il quale nel mondo moderno si rivela una tragica carica anti-umana poiché “l’uomo è trasformato in una categoria economica”.
Aggiornato il 11 novembre 2021 alle ore 10:38
