Anche i rettori hanno paura di farsi domande?

Raramente accade che un giornale riesca a far bene percepire la differenza fra due posizioni personali in modo tanto chiaro e visibile, come ha fatto il Corriere giorni fa, pubblicando nella stessa pagina due interviste a loro modo emblematiche: una ad Alessandro Barbero, uno dei firmatari dell’appello che i docenti universitari hanno formalizzato contro l’uso discriminatorio del green pass; la seconda, al Rettore dell’Università di Padova, Daniela Mapelli, favorevole invece a tale certificazione.

Barbero, interpellato dal giornalista, ha chiarito che le centinaia di firmatari del documento – appartenenti, peraltro, a tutte le discipline accademiche, anche a quelle scientifiche, e a tutte le Università – non si pongono contro i vaccini, che loro stessi in molti hanno già ricevuto, ma intendono solo rigettare l’uso discriminatorio del green pass, in quanto il diritto allo studio non può esser subordinato a una certificazione come quella. La Mapelli, invece, si pone in prospettiva molto diversa, significativa di una sorta di inconfessata paura di cui sembra essere vittima: la paura di farsi domande.

La prova di quanto affermato sta nelle risposte da lei fornite nel corso dell’intervista e che qui sintetizzo come segue:

1) la Mapelli dichiara che “ogni lezione sarà trasmessa in contemporanea in streaming, gli studenti senza certificazione potranno seguirla da casa ed eventualmente all’esame possono presentarsi dopo aver fatto il tampone. Così il diritto allo studio è garantito”. Costei non sospetta evidentemente in alcun modo ciò che il giornalaio all’angolo invece mi diceva di temere molto: e cioè che una cosa è sedere in aula insieme agli altri studenti, partecipando alla lezione di persona e interagendo con il docente e con i colleghi in una sana e indispensabile dialettica didattica e conoscitiva, mentre altra cosa, ben diversa, è starsene a casa a scrutare in uno schermo di computer stravaccati in una poltrona, vincendo a stento la tentazione dell’assopimento. Le lezioni, infatti, non “si seguono”, quasi fossero una carovana o un cortometraggio: alle lezionisi partecipa”. Esemplificando, chi scrive, ultimato alla Cattolica di Piacenza, anni or sono, un corso dedicato a “Diritto e Letteratura”, rivelò agli studenti di poter valutare il grado di preparazione di ciascuno (per fortuna, ne avevo solo 75) non a partire dalle risposte che avrebbero fornito all’esame ancora da sostenere, ma a partire dalle domande che ciascuno aveva saputo proporre durante le lezioni: una domanda di uno studente, intelligente ed euristicamente orientata, ne rivela la capacità critica e di comprensione molto più di una risposta, spesso tralatizia e ripetitiva, fornita all’esame. E il ricco dialogo che ne segue con il docente e con gli altri studenti rappresenta poi il fine ultimo del sapere accademico. Proprio per questo, lo studio a distanza, al contrario di quanto asserito dalla Mapelli, non garantisce un bel nulla, facendosi invece cogliere come uno sbiadito surrogato di quello autentico: come la cicoria paragonata ad un buon caffè, insomma. Qui la Mapelli mostra a evidenza una inconfessata paura di farsi le necessarie domande;

2) Mapelli, poiché lei non intende porre dubbi di costituzionalità del decreto sul green pass, dice che bisognava solo recepire il decreto: “Tuttavia è giusto ricordare che la Costituzione tutela la salute come diritto individuale ma anche come bene della collettività”. Costei non sospetta evidentemente in alcun modo che l’Università esiste – invece di non esistere – proprio per farsi domande di tutti i tipi, nessuna esclusa, e che ciò vale soprattutto per i dubbi di costituzionalità di un decreto che – come quello sul green pass – molto incide sui corsi accademici: l’Università è storicamente il luogo elettivo della nascita delle domande che esigono una risposta, il luogo istituzionale del pensiero. Se l’Università rinuncia al suo ruolo di critica dell’esistente, si dissolve come tale. Non solo. Subordinare la salute privata a quella pubblica o è uno slogan tanto stantio quanto insignificante, oppure, se preso sul serio, pone problemi enormi e difficilissimi da affrontare. Lo sapeva bene Fëdor Dostoevskij, il quale – nel celebre dialogo fra Ivan e Alioscia de “I fratelli Karamazov” – pone la domanda radicale da far tremate le vene e i polsi: se il benessere e la felicità del mondo intero esigessero la sofferenza personale di una bimba di pochi anni, il suo dolore, la sua angoscia, sarebbe lecito egualmente perseguirle? Ma la Mapelli non si cura di tali interrogativi, mostrando anche qui una inconfessata paura di farsi domande;

3) la Mapelli aggiunge: “Non capisco perché viene accettato il green pass per andare in pizzeria e si sollevano dubbi per la scuola”. Costei evidentemente ignora – ed è strabiliante prenderne atto – che appunto l’Università non è una pizzeria, perché questa ci offre delle pizze più o meno buone, mentre quella ci offre una formazione mentale e spirituale e che perciò mentre della pizzeria si può fare a meno – anche perché vengono offerte le pizze da asporto e perfino quelle servite a domicilio – dell’Università i giovani non possono fare a meno, non donandoci peraltro l’esperienza una Università da asporto o a domicilio. O no? Non mi risulta, infine, che da qualche parte ci siano Università costruite a forma di pizza, così da indurre in errore circa la propria funzione. Ma la Mapelli non si accorge di questa differenza, mostrando anche qui la paura del domandare;

4) infine la ciliegina sulla torta. La Mapelli conclude: “Io ho estrema fiducia nella scienza e mi sono emozionata quando ho saputo che (il vaccino) era pronto dopo 10 mesi”. Insomma, da brava scienziata – la Mapelli è docente di Neuropsicologia e Riabilitazione neuropsicologica – predica e invoca affinché la scienza sia destinataria di un atteggiamento fideistico, sostanzialmente irrazionale. Lei non chiede alla scienza di esibire metodi e risultati. No. Invece le destina un atto di fede, con tanti saluti alla oggettività razionale del metodo sperimentale e del principio di falsificazione. Per questo, si emoziona. Beata lei.

Che dire concludendo questa breve nota? Da un lato, che rimango strabiliato dalla paura che impedisce di porre domande; dall’altro, che si farebbe bene, allo scopo di superare tale paura, tornando a domandare, a meditare le pagine che Romano Guardini dedicò, molti anni or sono, all’Università e al suo ruolo nella coesistenza umana, evidenziando il legame inscindibile fra verità e Università e che tutti – compresa la Mapelli – faremmo bene a non dimenticare. Scrive Guardini: “Scoprire sempre nuovamente, addurre sempre nuove ragioni e insegnare che la fecondità e la nobiltà dell’esistenza umana poggiano sull’altezza della verità… nella misura in cui l’università dimentica questo compito, essa perde il significato che le è proprio”. Per tale ragione il docente universitario non cessa mai di fare domande. Anche se emozionato.