11 Settembre: l’odio per l’Occidente nelle reazioni degli intellettuali

È importante non dimenticare le reazioni di molti intellettuali alla distruzione delle torri gemelle del World Trade Center di New York e per l’attacco al Pentagono di Washington di 20 anni fa. Esse rivelano un peculiare e patologico odio intellettuale per la propria civiltà.

Mentre si esprimevano indignate reazioni ufficiali e si svolgevano manifestazioni di solidarietà al grido “siamo tutti americani”, molti intellettuali (generalmente di sinistra e post-modernisti) non riuscirono a dissimulare la loro cinica indifferenza e persino una malcelata soddisfazione nel vedere il gigante americano – e l’Occidente – feriti forse a morte.

Molti intellettuali europei vollero distinguersi con dichiarazioni in cui i terroristi venivano, in sostanza, giustificati e talvolta esaltati come antagonisti del capitalismo e dell’imperialismo occidentali. In quelle dichiarazioni si cercavano in tutti i modi e le ragioni per incolpare l’Occidente e gli occidentali persino per l’attacco subito dagli americani nelle loro più importanti città. Esse furono segnali che lasciavano trasparire un vero odio per la civiltà occidentale nutrito da famosi intellettuali, che rivelavano così un paradossale e patologico odio di sé.

Il filosofo francese post-strutturalista Jean Baudrillard, affermò che l’attacco alle Torri Gemelle in fondo era stato “desiderato dagli Stati Uniti”, e che esso era il risultato della sua “potenza insopportabile”. E aggiunse, rivelando i suoi veri sentimenti, che “nessuno ha potuto fare a meno di sognare la distruzione di una simile potenza diventata tanto egemone.

In quella e altre occasioni Baudrillard definì i terroristi come “schiavi che si ribellano a un ordine repressivo” e poi: “Forse solo la violenza rituale e per niente anarchica, l’attuale violenza di una religione, di un’entità tribale che rifiuta i modelli della libera socialità occidentale, poteva sfidare quest’ordine mondiale”. Successivamente, Baudrillard espresse un giudizio più complesso che sottolineava la disperazione dei soddisfatti occidentali: “Oltre che sulla disperazione degli umiliati e degli offesi, il terrorismo si fonda così sulla disperazione invisibile dei privilegiati nella globalizzazione, sulla nostra stessa sottomissione a una tecnologia integrale (…) che delinea forse il profilo involutivo dell’intera specie, della specie umana divenuta “globale” (…). E questa disperazione invisibile – la nostra – è senza appello, perché deriva dalla realizzazione di tutti i desideri” (Jean Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina, Milano, 2002, pagine 69-70). In precedenza, nel 1980 lo stesso Badrillard era rimasto affascinato dalla Repubblica islamica dell’Iran come “il solo destabilizzatore attivo del terrore e del monopolio strategico dei due Grandi.

Il filosofo francese post-modernista Jacques Derrida, maestro della decostruzione (della cultura occidentale), attribuì alla “politica imperialista statunitense” sui Paesi del Terzo Mondo, i fatti del 2001 che avevano – secondo lui – un “buon margine di prevedibilità”. Egli attribuì i fatti dell’11 Settembre ai rapporti di forza oppressivi e assolveva i terroristi da ogni responsabilità. Dichiarò infatti, con evidenti intenti giustificatori, che “il terrore opera, per così dire, da solo, attraverso il semplice effetto di un dispositivo, in ragione dei rapporti di forza in atto, senza che nessuno, nessun soggetto cosciente, nessuna persona, nessun “me” ne sia effettivamente consapevole o se ne senta responsabile. Tutte le situazioni strutturalmente oppressive a livello sociale o nazionale producono un terrore che non è mai naturale. (Giovanna Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida, Laterza, pagina 220).

Il terrorismo per Derrida segnava l’avvio di un processo autodistruttivo che potrebbe essere superato solo con “l’oltrepassamento” dello stesso mondo occidentale e del suo modo di fare politica. Per Derrida è il mondo occidentale il principale responsabile e quindi non vi è soluzione senza un suo “superamento” (Ibidem).

Il sociologo sloveno Slavoj Zizek dichiarò: “L’unico modo per concepire quello che è successo è collocarlo nel contesto dell’antagonismo al capitalismo internazionale. Tutto è lecito in quel contesto, compreso il fanatismo religioso”. Il famoso linguista americano Noam Chomsky interpretò l’attacco come una sorta di rappresaglia anticolonialista: “Questa è la prima volta che le pistole sono puntate nell’altra direzione, almeno in larga scala. Il Congo non ha attaccato il Belgio, l’India non ha attaccato l’Inghilterra, l’Algeria la Francia, il Messico o le Filippine gli Stati Uniti. Le atrocità dell’11 settembre sono singolari non per le loro dimensioni, sfortunatamente, ma per la scelta del bersaglio”.

Senza un miliardo di poveri che non hanno accesso all’acqua non ci sarebbero stati nemmeno gli attentati alle Twin Towers; senza i campi profughi in Palestina non ci sarebbero nemmeno i kamikaze in Israele” dichiarò lo scrittore e “filantropo” francese Dominique Lapierre. Il sociologo Zygmunt Bauman giunse a indicare in Hollywood un obbiettivo mancato dai terroristi: “Chiunque ha progettato l’attentato ha scelto con precisone gli obiettivi: il potere economico con le Twin Towers, il potere militare con il Pentagono, il potere politico con la Casa Bianca alla quale era destinato l’aereo precipitato in Pennsylvania. Ma se i terroristi fossero stati meno ignoranti avrebbero dovuto immaginare un quarto obiettivo. Avrebbero dovuto colpire Hollywood, il simbolo della dominazione culturale americana.

Ugualmente giustificatorio fu il famoso scrittore John Le Carré che disse: “Il fatto di essere state a lungo sfruttate crea nelle comunità un desiderio di rivalsa, per quanto psicotico e sbagliato. Per comprendere cosa produce questa psicosi che porta a voler “uccidere, uccidere, uccidere”, basta osservarle da vicino”.

Lo scrittore portoghese premio Nobel 1998 per la letteratura, José Saramago, mise sotto accusa il “fattore Dio” e vide nella tragedia delle Torri un castigo di Dio per l’ateismo e la protervia occidentali: i diciannove kamikaze che avevano sventrato le Torri del World Trade Center erano “agenti di uno Dio spietato, che ha scagliato contro le Torri del World Trade Center gli aerei della rivolta contro i disprezzi e della vendetta contro le umiliazioni. Come a dire: un Dio spietato sì, ma giusto in quanto vendicatore dei torti inespiabili del reprobo Occidente.

Il drammaturgo italiano, premio Nobel nel 1997 per la letteratura, Dario Fo, incolpò di tutto “la belva feroce del capitalismo” e “l’Occidente cristiano”. Fu accusato, insieme a sua moglie Franca Rame, di cinismo per la seguente dichiarazione pubblicata sulla loro Newsletter: “I grandi speculatori sguazzano in un’economia che uccide ogni anno decine di milioni di persone con la miseria. Che volete che siano ventimila morti (sic!) a New York?. (Uccide di più la speculazione”, Corriere della Sera, 15 settembre 2001)

Dopo aver ricordato che “da anni gli aerei Usa bombardano l’Iraq uccidendo donne e bambini”, Fo e sua moglie Franca Rame avevano anche espresso dubbi sui veri autori degli attentati: “Estremisti islamici? Estremisti di destra americani? Sionisti pazzi?”. Il rimedio da essi proposto indicava quali fossero le cause della tragedia: occorre “sanare le ferite della fame e del sopruso. Come? “Smettendo di acquistare i prodotti delle multinazionali. (Ibidem). Successivamente Fo e la Rame sostennero di “essere stati fraintesi”, ma c’era poco da fraintendere nelle loro parole che rivelavano un vero odio antiamericano e antioccidentale.

Di tenore analogo furono le dichiarazioni del filosofo tedesco Peter Sloterdijk. In un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag definì gli attentati dell’11 Settembre come uno dei “fatti minori” della storia, anzi un “incidente ai grattacieli americani”, come ci fosse stato un guasto agli impianti centralizzati di aria condizionata.

Due o tremila morti in un giorno rientrano nella variazione naturale” dichiarò Sloterdijk al Foglio. E aggiunse: “Si ha un nemico solo quando lo si può colpire, distruggere, eliminare. Gli islamisti radicali pianificano attacchi terroristici, ma non sono nemici. Sono solo una manifestazione perversa dell’industria dell’intrattenimento che è la stampa e ormai anche la politica. Il terrorismo è un programma di intrattenimento per l’ultimo uomo”. (Giulio Meotti, Il nuovo dottor Stranamore, Il Foglio, 15 dicembre 2013).

Cosa erano per Sloterdijk i tremila morti delle Torri Gemelle? Udite, udite: Un programma di intrattenimento con morti veri, come già succedeva a Roma, ai tempi dell’Impero, coi gladiatori che erano tutti orientali, e dalla periferia venivano al centro dell’Impero, per farsi usare in giochi di sangue. È lo stesso modo di vedere e di godere della violenza e del terrore che ritroviamo nella moderna teoria dei media e nell’estetica moderna. I terroristi hanno successo, perché hanno capito che il loro programma è molto richiesto in occidente, come lo era un tempo il circo per i romani, che oggi è diventato un circo globale” (Ibidem).

Il musicista tedesco postmoderno Karlheinz Stockhausen, all’indomani dell’attentato al World Trade Center, affermò clamorosamente che si era trattato della “più grande opera d’arte mai realizzata nell’intero cosmo. La sua frase, ripresa dall’intera stampa mondiale, suscitò varie reazioni indignate e Stockhausen dichiarò che essa era stata decontestualizzata dalla stampa. Analogamente suscitò clamore e qualche indignazione il filosofo postmodernista francese Paul Virilio, che definì il crollo delle Torri “un gesto espressionistico che mette i terroristi sullo stesso piano degli artisti nell’epoca della globalizzazione planetaria.

Quel che più colpisce in queste dichiarazioni è il cinismo, l’assenza di ogni empatia e pietà umana per le vittime, la cancellazione della componente umana della vicenda, l’annichilimento di ogni valutazione etica. Quei tremila morti e quelle migliaia di feriti erano occidentali e per lo più americani e perciò colpevoli di una colpa collettiva e quindi meritevoli del castigo. In fondo, si trattava di vittime occidentali… vittime non dei terroristi ma del reprobo Occidente. I terroristi venivano assolti. Non erano più i carnefici, ma le vittime: vittime dell’Occidente; individui disperati, umiliati e offesi che “reagivano” all’oppressione occidentale. E addirittura nobilitati ed esaltati come “artisti” postmoderni.

L’inversione delle responsabilità tra vittima e carnefice è uno dei meccanismi con cui opera l’odio per l’Occidente. Quel che è più paradossale è che questo odio alberghi nei cuori e nelle menti di grandi e piccoli intellettuali occidentali, nutriti (in tutti i sensi materiali e no) e spesso coccolati incautamente dalla stessa società occidentale che ne ha fatto (ingiustificatamente) dei “maestri di pensiero” e che – forse anche per questo – quegli intellettuali detestano accanitamente e “toto corde”.