All’armi, son fascisti

D’accordo, me ne dovrò fare una ragione. È evidente che il caravaggesco Tomaso Montanari ormai sia entrato in quella fase della vita di un uomo di sinistra – eppur ancor giovane – in cui l’hybris spinge con violenza dietro le gonadi fino a fuoriuscire su ciò che si dice o si scrive, con l’impeto inarrestabile dell’ideologia marxista più vieta.

Non pago infatti della sua recente quanto discutibile polemica sulle foibe – chi vi parla, lo dico a scanso di equivoci, non porta il nome che porta in ricordo della terra istriana, bensì in memoria d’un santo successore di Ambrogio e di un generale romano del Basso Impero – il buon Montantari, evidentemente in astinenza dal trattare del Merisi o di altri grandi a lui successivi dell’Età barocca, ha deciso di scatenare la propria verve iconoclasta (cosa strana per uno storico dell’arte di ottima preparazione quale lui è) sul recente ritrovamento, su un muro del mercato coperto di Perugia, non solo d’un grifone – simbolo della città nel Medio Evo ma reo di essere stato dipinto sotto il Duce e dunque anch’egli, come tale, “fascista” – ma di un esecrando fascio littorio risalente all’ancor più esecrabile Ventennio. Il restauro ha così riportato alla luce nello scorso luglio un dipinto murale eseguito nel 1932, quindi in piena età mussoliniana e prima dell’ultima guerra.

Ovviamente, come spesso succede in questo strano Paese nel quale il senso della Storia, piaccia o meno, debba sempre essere ricondotto e ridotto all’appartenenza partitica, sono subito sorte le diatribe sul conservare o meno il murale, dimostrando così, ancora una volta come già sin troppo ripetuto, come l’ignoranza e la brutalità siano ormai appannaggio non soltanto di popolazioni la cui cultura non prevede la raffigurazione artistica né ammette altra forma di religione tranne la propria, svilita e resa pura dottrina politica, ma sia presente tranquillamente tra noi, nella culla dell’Arte e della Cultura occidentale. A Perugia, in una delle più importanti città che ha creato l’Arte sublime della Rinascenza, ancora oggi si discute se tenere l’immagine d’un fascio littorio o cancellarla perché memoria di un periodo da condannare. In Messico abbattono le statue dedicate a Cristoforo Colombo… vedete un po’ voi.

In base a questo principio, che forse neanche il più ottuso dei talebani applicherebbe, dovremmo rimuovere ad esempio ogni immagine di Ezzelino da Romano o gli stemmi di molte altre casate nobiliari perché furono “tiranni” a cominciare dai riminesi Malatesta? Ma non avete un minimo di vergogna se non di pudore? Tomaso Montanari, sul Venerdì di Repubblica, invocando anche Primo Levi a suo supporto ideale, così commenta: “Cosa si dovrebbe fare? Quello che si farebbe, per esempio, in Germania con una grande svastica dipinta in un luogo pubblico”.

Quindi, stando a questo ragionamento, si dovrebbero cancellare dall’umano esistere tutte le svastiche presenti nell’arte greca, in quella romana, in quella araba appunto e persino ovviamente nell’arte dell’antica India e via così sino alla Cina e al Giappone (quest’ultimo però era effettivamente alleato alla Germania e all’Italia nell’ultimo conflitto, meglio tenerlo d’occhio).

Il Nazismo è esistito, purtroppo, ma non per questo cancellando un suo simbolo – tra l’altro impropriamente usato e modificato – si cambia la Storia, anzi si rischia di farle ripercorrere il medesimo cammino. Non pago di tanto, comunque, l’eccellente Montanari addita all’inclito e al grosso lettore ben tre soluzioni riguardanti il terrificante e pericolosissimo “fascio littorio”: “La prima è staccare quel dipinto dal muro e portarlo in un museo. La seconda è lasciare la pittura in loco e nasconderla. Infine, la soluzione più coraggiosa: commissionare un grande murale di immagini e parole antifasciste che contestino quel piccolo, sporco fascio: che lo vilipendano, lo mettano alla gogna, lo additino al disprezzo che merita. per spiegare chi vogliamo essere: antifascisti per sempre”.

L’ottimo Montanari, sebbene specialista in Barocco, dovrebbe altresì sapere che non solo il simbolo del “fascio” appartiene alle culture etrusca prima e romana poi, per ritrovarlo addirittura onnipresente nella democraticissima America del Nord, persino sul seggio scolpito dove siede in effige Abraham Lincoln. Allora gli americani che combatterono contro i razzisti e schiavisti confederati erano anch’essi fascisti? Cancelliamoli subito, sia mai!”.

Ovviamente a sostegno di Montanari giunge Nicola Fratoianni, già a capo di Sinistra Italiana, che dimostra con le seguenti parole come ancora oggi avesse ragione la buonanima di Giovannino Guareschi: “La tutela dei beni architettonici e storici non può giustificare addirittura il ripristino di simboli del regime fascista. Il fascio littorio è il simbolo del fascismo e riporta alla memoria quel regime autoritario che ha drammaticamente segnato la storia del nostro Paese e che andrebbe condannato in modo unanime e non celebrato esponendone i simboli in pubbliche piazze e negli edifici delle città”.

Benvenuti dunque nel regno della razza umana, dove dominano la Cancel culture, il desiderio di pacificazione e la tanto vantata tolleranza. Nella mia vita ho visto tante azioni imbecilli compiute anche da chi si professa di destra, ma ancora non ho visto nessuno brandire un fascio littorio dipinto e attentare con esso le istituzioni della Repubblica Italiana, quindi dove sarebbe questo tanto temuto pericolo fascista? Qualche tempo fa una semidimenticata esponente dell’italica sinistra in Parlamento, propose più volta la rimozione dell’obelisco che si erge nel Foro Italico a Roma, soltanto perché su di esso è inciso “Mussolini Dux”. Ecco, il monumento marmoreo è ancora lì e ci resterà a lungo, mentre di lei, storicamente, si perderà presto il ricordo.

Questa è la Cancel culture, funziona in entrambi i modi ma non sempre si riesce a controllarla. Pensateci Compagni, pensateci bene, quando vi danno ordine d’applicarla, perché poi, quando giungerà il momento – e giungerà statene certi – la scusa del “eseguivo soltanto gli ordini” non basterà neanche a voi.