Nuovo Cinque Stelle: dall’alba al tramonto

Giuseppe Conte è andato da Mario Draghi da quasi leader dei Cinque Stelle versione 2.0. Non per negoziare un accordo programmatico, non per minacciare la sfiducia al Governo sulla riforma della Giustizia targata Marta Cartabia. Non ha la forza (politica) necessaria per battere i pugni sul tavolo; e neppure è persona da visite di cortesia, per di più a chi gli ha soffiato la poltrona di Palazzo Chigi. Non ha presentato a Draghi le credenziali di capo politico del Movimento che non ha, almeno per il momento.

Allora perché c’è andato? Semplicemente per cercare una legittimazione in vista del ruolo che si appresta a svolgere alla guida del più grande partito presente in Parlamento. Certezza che tuttavia gli manca, a dispetto degli abbracci e delle spigole con cui l’ha accolto, nella residenza estiva di Marina di Bibbona, Beppe Grillo, padre-padrone del Cinque Stelle, per riabilitarlo come capo politico del Movimento, dopo la scomunica comminatagli a causa dell’inciampo statutario.

L’avvocato del popolo non sarà un’aquila ma è astuto, sa che per compiere l’ultimo miglio che lo separa dal trono pentastellato deve creare un humus di consenso attorno a sé. Cosa c’è di meglio di una stretta di mano con l’uomo più potente d’Italia per accreditarsi nei panni di leader? I due hanno chiacchierato della proposta di riforma del processo penale della ministra Marta Cartabia. Ma l’argomento scelto dal visitatore è stato un pretesto per coprire le vere motivazioni dell’incontro: sulle sbandierate rimostranze per una riforma che smonta la filosofia grillina del “fine processo: mai”, Conte non faceva sul serio.

E come avrebbe potuto? Tutti sanno, e l’avvocato del popolo prima degli altri, che l’impalcatura della nuova legge che rivede pesantemente l’istituto della prescrizione nei processi penali, must del grillismo della prima e della seconda ora, reggerà all’impatto parlamentare checché ne pensi Alfonso Bonafede. Il mantra che si ode da Palazzo Chigi è di quelli boomerang per i devoti del giustizialismo: “Lo vuole l’Europa”.

Luigi Di Maio, in Consiglio dei ministri, aveva provato a mettersi di traverso ma la sua resistenza è durata niente, a conferma che il premier Mario Draghi l’abbia messa giù dura: il testo concordato è quello, prendere o lasciare. E Luigi Di Maio, di cui tutto si può dire ma non che non sappia tenersi lontano dai guai, ha incassato senza troppe storie perché, come insegna l’esperienza, in politica meglio comandare che essere fo…ti.

Per Conte non è diverso, non potrebbe mai esordire da capo politico portando il Movimento all’opposizione del Governo Draghi: sarebbe un suicidio. È vero però che all’interno dei Cinque Stelle non mancano i malumori per un destino cinico e baro che li costringe ad ammainare anche la penultima bandiera identitaria (resiste ancora quella del Reddito di cittadinanza) pur di rimanere a galla. Benché la “riforma Cartabia” sia un rospo indigesto per i grillini, bisogna che lo ingoino. Conte è abilissimo nel parlare molto senza dire nulla. Troverà le parole per convincere i sodali che non di rospo si sia trattato ma di gustoso bignè. Non può fare altro sul fronte delle dinamiche interne al Movimento. Né vuole fare altro.

Per ora l’unico obiettivo resta quello di prendersi il brand Cinque Stelle. Cosa non facile visto che per farlo deve letteralmente strapparlo dalle mani di Beppe Grillo. Ragion per cui, piuttosto che lasciarsi distrarre dai falsi bersagli della polemica partitica sui temi all’ordine del giorno delle istituzioni (non del Paese), bisognerebbe focalizzarsi sull’evolversi della vicenda interna all’universo grillino. Perché è lì che qualcosa non quadra. A leggere lo “Statuto” che Conte vorrebbe dare alla rinascita pentastellata non si può nascondere la sorpresa. L’atto giuridico della rifondazione è principalmente il funerale del grillismo, come idea e come metodo.

A cominciare dal corpo del documento che richiama la costruzione di un partito di tipo novecentesco, depurato della fluidità caotica che era stata la cifra del “non-Statuto” voluto da Grillo a da Gianroberto Casaleggio. Undici pagine e 15 articoli il vecchio; 39 pagine e 25 articoli zeppi di commi e capoversi, il nuovo. E già questo la dice lunga. Poi, c’è la sostanza che più che rivoluzionaria la si potrebbe definire da “colpo di Stato”. Se finora la figura del “Garante” è stata centrale nella composizione unitaria della linea politica del Movimento, con il nuovo Statuto tutto si concentra nelle mani del “presidente”, unico titolare e responsabile della determinazione e dell’attuazione dell’indirizzo politico del Movimento Cinque Stelle (articolo 11 Nuovo Statuto) con tutti i poteri di ordinaria amministrazione (articolo 11, lettera e). Al Garante viene lasciata una funzione poco più che simbolica essendo “il custode dei Valori fondamentali dell’azione politica del Movimento Cinque Stelle e in tale spirito esercita con imparzialità, indipendenza e autorevolezza le prerogative riconosciute dallo Statuto; ha il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme del presente Statuto” (articolo 12, lettera a, punti 1-2 del Nuovo Statuto).

In concreto, il “fantasista” Grillo si ritrova con le mani legate perché qualsiasi sua iniziativa, ancorché residuale, può essere presa “sentito il presidente”. Di certo non può più interferire sulla linea politica la cui assunzione spetta al capo dell’associazione. Dal quadro complessivo si delinea la nascita di un partito a conduzione monocratica, a vocazione moderata che cancella l’approccio populista del movimentismo grillino. La bandiera della democrazia diretta diventa una foto ingiallita da album dei ricordi. Anche la stagione “sturm und drang” del romanticismo grillino è cassata senza appello. Nel nuovo Statuto, al capitolo dedicato alla Carta dei Principi e dei Valori, compare uno specifico richiamo alla cura delle parole nella prassi politica. È scritto all’articolo 2- Capo I (Carta dei Principi e dei Valori), lettera o”: “La cura delle parole, l’attenzione per il linguaggio adoperato sono importanti anche al fine di migliorare i legami di integrazione e di rafforzare la coesione sociale. Le espressioni verbali aggressive devono essere considerate al pari di comportamenti violenti.

Addio quindi aiVaffa!” che hanno lastricato la strada del successo elettorale dei Cinque Stelle. Ma, ci domandiamo, se al comico-leader carismatico si toglie la facoltà di un linguaggio scurrile, urticante, a tratti violento, mediante il quale creare sintonia e pathos con gli iscritti e i simpatizzanti, cosa resta? Un partito normalizzato di mezzemaniche di Governo, come altri ce ne sono presenti nell’odierno Parlamento. Fare una cosa del genere a Grillo è come spezzare le ali a un uccello. E dello spirito anarchico-settario della giovinezza grillina, strutturato sull’epopea giovanilista dei Meetup e dei gruppi territoriali autogestiti, cosa rimane? Nulla. Nella norma transitoria finale è scritto che: “Sono disciolti, a far tempo dall’approvazione del presente Statuto, i gruppi locali e le formazioni territoriali auto-costituiti nel tempo o comunque di fatto già operanti” (articolo 25, lettera c).

Lo scopo? Fare posto all’articolazione a guida centralizzata dei “Gruppi territoriali” previsti dal nuovo Statuto. Ritornano i circoli e le sezioni dei partiti novecenteschi. Insomma, una storia di ribellione e di spontaneismo che si chiude con un inginocchiamento a dir poco inglorioso al sistema partitocratico. Ora, è pensabile che Beppe Grillo accetti tutto questo senza battere ciglio? Delle due l’una: o il perfido avvocato Giuseppe Conte è andato a casa del vecchio istrione a fargli una proposta che non può rifiutare – c’entrerà per caso la traballante posizione giudiziaria del figlio “scapestrato” di Beppe Grillo, Ciro, per quella storia (squallida) di violenze sessuali in villa, ai danni di giovani donne? – oppure siamo al cospetto dell’ennesima messinscena del teatrante che muove i fili dei suoi personaggi per poi concedersi a uno spettacolare coup de théâtre.

Non che dovrebbe appassionarci particolarmente il finale della farsa, ma stiamo pur sempre parlando di un movimento politico che negli ultimi tre anni ha inciso drammaticamente nella vita degli italiani con le sue virate massimaliste, alternate a opportunistiche strambate nella stanza dei bottoni. Se Grillo facesse retromarcia all’ultimo istante, rimangiandosi il consenso offerto all’adozione del nuovo Statuto, sarebbe la scissione.

L’autoaffondamento della corazzata parlamentare grillina trascinerebbe con sé la crisi dell’intero campo della sinistra che ha puntato tutte le proprie carte sull’alleanza organica con un Cinque Stelle unito e compatto sotto la guida di Giuseppe Conte. Se accadesse non verseremmo lacrime. Di tutto ci si può fare una ragione. Anche dell’esplosione simultanea di Cinque Stelle, ai confini dell’universo politico. E del buonsenso.