Due ipotesi sul caso Davigo

“Non ci sono innocenti, ma colpevoli non ancora scoperti”: questa, probabilmente, la più nota citazione di Piercamillo Davigo che adesso risulta indagato dalla Procura di Brescia per rivelazione del segreto d’ufficio in merito alle vicende legate al “caso Amara”.

Già una matricola di primo anno di una delle numerosissime facoltà di Giurisprudenza sparpagliate per l’Italia – a differenza dei grillini per esempio – impara ad effettuare la distinzione tra indagato, imputato e condannato, ma non tutti in questo Paese (ri)conoscono tale tripartizione generando quella dicotomia tra garantisti (ma esistono poi o sono soltanto coloro che hanno la corretta prospettiva costituzionale e penale del diritto) e giustizialisti che da più di un trentennio frammenta sterilmente il dibattito pubblico in tema di giustizia. Ad ogni modo, sul caso di Davigo indagato si possono effettuare alcune considerazioni partendo dalle due ipotesi contrapposte, cioè quella per cui sia colpevole o quella per cui sia innocente.

Se è colpevole, le sue teorie sull’inesistenza degli innocenti sarebbero pienamente fondate e testimoniate dalla sua stessa colpevolezza, che, tuttavia, per essere autenticamente coerente richiederebbe fossero applicate fino in fondo, quindi facendo venir meno quelle garanzie sostanziali e processuali che l’ordinamento prevede sul presupposto del favor rei, come per esempio essere considerato innocente nelle formulazioni della stampa sul suo caso così come prevede e sancisce anche la stessa giurisprudenza della Corte europea per i Diritti dell’Uomo. Se fosse colpevole, dovrebbe però rendere conto della sua reità, e quindi sarebbe teoreticamente coerente con i suoi stessi postulati, ma eticamente incoerente con il suo essere uomo di legge che quest’ultima ha violato.

Se, invece, è innocente, e così dovrebbe essere ritenuto fino a sentenza definitiva stando al tenore letterale dell’articolo 27 della Costituzione, le sue teorie sarebbero contraddette dalla sua innocenza, per cui dovrebbe o ricusarle per ribadire la sua innocenza o confermarle negando la sua innocenza.

Davigo, insomma, dovrebbe riconoscere che la sua innocenza sarebbe non soltanto la prova ontologica dell’esistenza degli innocenti, circostanza radicalmente esclusa dalle sue stesse parole precedentemente ricordate, ma la prova che anche da innocenti si può finire nel tritacarne della macchina giudiziaria perché anche i giudici – che non sono per nulla super-uomini, semi-dei, eroi o entità soprannaturali muniti di divina infallibilità – possono sbagliarsi.

Non a caso un grande maestro della civiltà del diritto italiano come Francesco Carnelutti amava ripetere che già di per sé il processo penale è una pena, prima della pena vera e propria, poiché già con la sola indagine e con la celebrazione della correlata campagna mediatica e del processo si getta discredito sull’imputato, se ne offusca la credibilità, la probità, la socialità; gli amici e spesso anche i famigliari si dileguano; si può perdere il posto di lavoro e il diritto al sostentamento; si finisce, insomma, volenti o nolenti, colpevoli o innocenti, in quel girone dantesco dei reietti non più completamente liberi perché ancora da giudicare, ma non irrimediabilmente condannati perché, appunto, ancora presunti innocenti.

Ecco perché la cultura della presunzione d’innocenza andrebbe incentivata e non screditata come per anni ha fatto Davigo, ecco perché il Davigo indagato sarebbe bello che tornasse indietro nel tempo per mitigare il pensiero, l’azione e le esternazioni del Davigo magistrato. Il suo caso giudiziario, dunque, si offre quale banco di prova straordinario non soltanto per falsificare popperianamente – in un modo o in un altro – le sue dottrine sulla “presunzione di colpevolezza”, ma anche e soprattutto per ricordarsi che la presunzione d’innocenza non è vuota retorica, ma è presidio e garanzia di libertà come, del resto, già da tempo è stato consacrato dalle riflessioni di un illuminista come Montesquieu per il quale, infatti, “quando l’innocenza dei cittadini non è garantita, non lo è neppure la libertà”.