Berlusconi al Quirinale: perché no?

E se la staffetta per il Quirinale – due anni ancora Sergio Matterella e poi lo scettro a Mario Draghi, come si era inizialmente pensato – la facesse Silvio Berlusconi? É così tanto peregrina l’idea che un grande vecchio della politica dell’ultimo quarto di secolo possa avere il risarcimento morale e il riconoscimento istituzionale che merita? In fondo, si è sempre detto che Berlusconi sia stato “l’Arcitaliano” per eccellenza. Del popolo italico ha incarnato pregi e difetti. L’articolo 87 della Costituzione lo dice chiaramente: “Il Presidente della Repubblica… rappresenta l'unità nazionale”. Chi meglio di lui risponderebbe al profilo?

A maggior ragione oggi che anche la sinistra, fatta eccezione per qualche conventicola editoriale che dell’insulto al “Cav” ha fatto il proprio core business, ha smesso di rappresentarlo come il male assoluto. In realtà, in pole position vi sarebbe Mario Draghi, pennellato per assurgere alla più alta carica istituzionale, ma al momento e per i prossimi due anni non è disponibile. Gli tocca portare a termine il lavoro che ha cominciato col prendere di petto la campagna vaccinale e che deve continuare col tenere sul giusto binario il Recovery Plan, cioè il programma d’investimenti che porterà una montagna di denari europei in Italia. Ora non può mollare la presa perché si rischia di riportare la “barca Italia” in acque perigliose.

Il sistema produttivo nazionale ha bisogno della sua guida per rimettersi in cammino. È già tanto che gli si conceda di tornare nell’amata Città della Pieve per qualche weekend di riposo, figurarsi che dramma sarebbe se lasciasse definitivamente Palazzo Chigi. Lo spread farebbe un balzo all’insù neanche fosse Dick Fosbury. Si obietterà: se è di un presidente della Repubblica “ponte” che ha bisogno il Paese, perché non lasciare le cose come stanno e confermare per un biennio l’attuale inquilino, previo gentlemen agreement che stabilisca in anticipo la data della sua uscita di scena?

Ci sarebbe un precedente a suffragare tale soluzione: la conferma di Giorgio Napolitano al Colle nel 2013 per un secondo mandato e le dimissioni (previste) nel 2015. Due motivi, però, ostano alla praticabilità di tale opzione. Il primo, di natura personale. Il capo dello Stato ha detto a chiare lettere che è stanco, per cui non sarebbe disponibile a prolungare la sua permanenza al Quirinale. C’è da prenderlo sul serio. Il mestiere di capo dello Stato non è come qualsiasi altra attività lavorativa o professionale: richiede un impegno fuori del normale. Di là dagli imprevisti che sono sempre in agguato, sappiamo fin d’ora che vi sarà da gestire, al massimo tra due anni, la delicatissima fase elettorale con il rinnovo della legislatura e l’insediamento del nuovo Governo. Ci auguriamo che vada tutto liscio e che dalle urne esca un quadro nitido, che non lasci dubbi su chi debba governare il Paese e chi, invece, debba stare all’opposizione. Ma potrebbe non andare così. Si vedrà con quale legge elettorale verremo chiamati alle urne.

A prescindere dalle regole del gioco, potrebbe accadere che una maggioranza nei numeri – per qualche numero – non si trovi di primo acchito e quindi occorrerà l’opera discreta di costruzione del presidente della Repubblica per dare, in tempi ragionevoli, un Governo stabile al Paese. In tal caso, un presidente stanco e appesantito dall’avanzare dell’età potrebbe non essere la soluzione adeguata. Secondo motivo, di carattere politico. Sergio Mattarella chiude una lunga teoria di presidenti della Repubblica nemici giurati della destra, cominciata nel 1992 con l’infausto avvento al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. Peccato però che questo Paese, nella sua composizione maggioritaria, non sia di sinistra. Si potrà sperare che un Parlamento affrancato dalle manovre di Palazzo di deputati e senatori, colpevoli di tradire con impressionante frequenza il mandato ricevuto dagli elettori, esprima un presidente della Repubblica in sintonia con la maggioranza degli italiani? Oppure si pensa che debba sopravvivere quell’odiosa “conventio ad excludendum” creata ad arte dalla demagogia della sinistra, in base alla quale un personaggio di destra non sarebbe antropologicamente idoneo a rappresentare la nazione?

Lo diciamo senza mezzi termini: questa presunta superiorità morale dei cattocomunisti che poggia sul nulla ha stancato. Ed è giunto il momento che ci si dia un taglio. Se finora abbiamo passato il tempo a fare i conti con la Storia, anche quando non sarebbe stato necessario, è il momento che si comincino a fare quelli con la verità. Di un altro Matterella che pianti le tende al Quirinale con lo scopo prioritario di tenere la sinistra al Governo, e al potere, a ogni costo e con ogni mezzo, anche a dispetto della volontà popolare, ne abbiamo piene le tasche. C’è voglia di quella normalità democratica che attualmente non alberga nelle istituzioni della Repubblica. Berlusconi, lo sappiamo, ha problemi di salute. Anche la data di nascita non depone a suo favore.

Tuttavia, se si trattasse di un incarico a termine relativamente breve potrebbe farcela a dare al Paese il medesimo imprinting di serenità, fiducia e ottimismo che lui ha profuso nella vita lavorativa prima e in quella politica dopo. Allora, perché no? Perché non provarci? Dal vorticoso rimescolamento delle carte della politica abbiamo appreso che l’operazione ideata da Matteo Salvini nel voler costituire una federazione dei partiti della destra plurale abbia tra gli altri obiettivi quello di preparare un fronte compatto per sostenere la candidatura al Colle di Silvio Berlusconi. Sebbene l’odierno centrodestra non abbia i numeri necessari per eleggere un proprio uomo vi è da considerare l’impatto che avranno sull’elezione del capo dello Stato le delegazioni dei Consigli regionali. Questa volta la maggior parte dei Grandi elettori esterni alle Camere non sarà di sinistra. Il che riduce la distanza del centrodestra dal traguardo della maggioranza assoluta.

Vi è poi da valutare il peso dell’affollata schiera di parlamentari senza patria politica accampati nei Gruppi misti di Camera e Senato. Sciolti da vincoli di maggioranza, i singoli parlamentari saranno liberi di trattare individualmente la propria posizione. E a quel punto tutto potrebbe accadere. E Matteo Renzi cosa farà? Lui, che in fatto di scompaginamento dei giochi fatti a tavolino è un’autorità assoluta. Obbedirà al segretario piddino Enrico Letta o gli risponderà in un canzonatorio déjà vu: “Enrico, stai sereno!”? In ultimo, ci poniamo una domanda bislacca. Ma siamo così certi che Luigi Di Maio, che da un po’ di tempo studia per divenire il perfetto neo-democristiano, non abbia intenzione di cementare un’intesa privilegiata con il vecchio leone di Arcore, magari propiziata dai buoni uffici del Reuchelier della politica nostrana, Gianni Letta zio (da non confondere col nipote Enrico)?

E che il neo-leader pentastellato Giuseppe Conte, in ossessivo inseguimento della popolarità di cui gode all’interno del Movimento il sodale-rivale di Pomigliano d’Arco, per non essere tagliato fuori dalla trattativa non faccia altrettanto? D’altro canto, sono i rumors di Palazzo a riferire di una liaison tra il “Cav” e l’ex-premier semi-grillino. Per tutte queste buone ragioni, l’iniziativa di Salvini va sostenuta e non contrastata. Soprattutto da Forza Italia. A voler guardare il bicchiere mezzo pieno, potrebbe essere l’alba della federazione dei partiti della destra plurale in grado di dare voce, anima e corpo a una grande idea liberal-conservatrice. Agli ottimati del partito di Berlusconi rivolgiamo un accorato appello: una volta nella vita siate lungimiranti e non limitatevi all’interesse spicciolo. L’egoismo in politica è un brutto male: rende la vita arida. Cari forzisti, passatevi una mano sulla coscienza e fate la cosa giusta. La Storia, comunque, si ricorderà di voi. Se in bene, o in male, sta a voi deciderlo.