I referendum sulla giustizia

Abbiamo nutrito fiducia nella vocazione liberale della Lega, fin dagli albori, ben prima dei superficiali osservatori dell’ultima ora, sicché non ci coglie di sorpresa la recente decisione di promuovere, di concerto con il Partito Radicale, la raccolta delle firme per i referendum sulla giustizia. Quella vocazione era impressa nella ragione sociale di un movimento, che nasceva per valorizzare le autonomie locali e difendere la libertà d’impresa dall’invadenza dello Stato accentratore, ispirandosi alla cultura storica del federalismo, declinata nei tempi moderni secondo la dottrina politica del professor Gianfranco Miglio. D’altronde la Destra Liberale Italiana ha avuto un ruolo non secondario nel suggerire la linea garantista, propria del conservatorismo liberale, alla Lega e all’intero centrodestra; pertanto, non possiamo dirci stupiti del nostro stesso successo. A differenza di altri, preferiamo dunque parlare di un “ritorno alle origini”, piuttosto che di un “cambiamento” di linea, improvviso e inatteso.

La rotta, oggi ritrovata, era stata smarrita, per esempio, quando la Lega, in occasione dell’approvazione della cosiddetta legge “spazzacorrotti”, non aveva saputo opporre un netto rifiuto alle pretese del variegato partito delle manette, facente capo in primo luogo ai Cinque Stelle; o quando un “Carneade” aveva esibito il cappio nell’aula parlamentare. Detto questo sugli errori del passato, perché non è mai producente nascondere la testa nella sabbia, non possiamo sottovalutare la rilevanza della scelta di oggi. La raccolta di centinaia di migliaia di firme non è esattamente una mera dichiarazione d’intenti; non ha lo stesso peso di un tweet o di una episodica dichiarazione ai giornali, per la quale è sempre pronta l’opportuna “smentita” a posteriori. La campagna referendaria raggiunge l’intero corpo dell’elettorato (almeno potenziale); coinvolge tutte le risorse umane e logistiche dei componenti del comitato promotore; esprime la linea programmatica e la visione strategica di lungo periodo. Insomma, non è esattamente robetta di poco conto. E poi la questione della giustizia non è esattamente l’ultima in ordine di importanza; anzi è lecito opinare che, tra i nodi strutturali che avviluppano il sistema Italia e affliggono la nazione, lo squilibrio dei poteri occupi un posto centrale.

Sulla giustizia penale basta osservare che la libertà di ogni italiano è appesa a un filo molto sottile, che si può spezzare in ogni istante, ben prima di una sentenza di condanna, in virtù di opinabilissimi giudizi prognostici, riguardanti ipotetici pericoli di “reiterazione del reato” (seppure il “reato” non sia stato ancora accertato), di “fuga” o “inquinamento delle prove”. L’opinabile discernimento del Giudice può risultare favorevole, per esempio, a colui che abbia ucciso la moglie e sia stato colto in flagranza di reato, non essendo in circolazione alcuna altra moglie da uccidere e non essendo possibile “inquinare le prove”; mentre può risultare sfavorevole all’imprenditore, al quale deve essere inibito l’esercizio dell’impresa, giacché si suppone, benché non sia stato ancora accertato, che abbia commesso reato nell’esercizio della sua attività imprenditoriale.

Se poi, all’opinabilità dei criteri prognostici, si aggiunge la variabilepolitica” – dal momento che certe indagini sembrano dirette a cercare le prove del fatto ignoto, attribuito al colpevole predestinato (basta pensare alle centinaia di fascicoli giudiziari aperti nei confronti del “reo” Silvio Berlusconi), piuttosto che a cercare l’ignoto autore del fatto noto – risulta chiaro quanto sia precaria la libertà di ogni cittadino italiano e particolarmente precaria quella di chi non intende arruolarsi nel partito dei “manettari”.

Sulla giustizia civile si può osservare che il bene più prezioso, dal quale dipende lo sviluppo economico-sociale della nazione, è ravvisato, nel mondo anglosassone, nel cosiddetto “rule of law”, corrispondente pressappoco a ciò che noi chiamiamo “certezza del diritto”. Lo scambio di beni e servizi è il motore dello sviluppo ed è anche, per certi versi, l’espressione della più autentica socialità alla base della convivenza umana. Ogni scambio è economico e giuridico, al contempo, poiché non si trasferisce solo la cosa, che ha valore economico, ma anche il diritto sulla cosa. Ovviamente, se il diritto è incerto, lo scambio si paralizza. E se la controversia sul diritto dura 10 anni, lo scambio rimane paralizzato per 10 anni, fin quando il diritto sulla cosa non potrà essere trasferito dal dante causa all’avente causa. Ciò spiega bene la paralisi degli investimenti in Italia, dove le controversie giudiziarie durano mediamente 10 anni.

Un discorso analogo si può fare sulla giustizia ammnistrativa, ammalata non meno grave delle cugine, penale e civile. L’uomo della strada sa benissimo quanto sia economicamente e umanamente pesante l’oppressione della burocrazia e quanti ostacoli e ritardi burocratici si frappongano al libero esercizio del suo diritto di fare impresa; ma non sa che i cani da guardia di questa burocrazia, opprimente e asfissiante, si chiamano “Tar” e “Consiglio di Stato”. Ignora che metà del mondo occidentale può fare tranquillamente a meno di queste “insostituibili” istituzioni, chiamate Tar e Consiglio di Stato; e anzi lo sviluppo economico-sociale di quei Paesi trae grande giovamento dalla loro assenza. Come Candido, è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, sotto l’ala protettrice della Costituzione “più bella del mondo”, la quale gli conferisce tutti i possibili diritti individuali, da far valere nei confronti di chicchessia e in primo luogo nei confronti della burocrazia pubblica. Non sa il poveretto che non può vantare diritti, ma solo “interessi legittimi” nei confronti del “Leviatano”, e solo l’autorizzazione amministrativa, in guisa di “concessione del Re”, gli conferisce il vero diritto di fare impresa. In attesa di tale autorizzazione, deve rimanere a braccia conserte e nessuno pagherà il risarcimento dei danni, cagionati dai ritardi e dagli ostacoli, che avrà ingiustamente patito.  Va da sé che, in questo quadro, gli investimenti sono scoraggiati, mentre il tempo perduto impoverisce l’intera società e non soltanto l’imprenditore in paziente attesa.

Questi brevi cenni mi paiono sufficienti per significare la centralità della questione giustizia, nella vita di ognuno di noi e della polis, nel suo complesso. È chiaro, infatti, che l’esorbitante potere di quel ramo della Magistratura, che dirige le indagini ed esercita l’azione penale, altera l’equilibrio dei poteri dello Stato, giacché influenza e condiziona la dinamica politica. Se il “sistema Palamara” non è un’invenzione, alcune sconcertanti vicende “giudiziarie” dei nostri tempi non possono che leggersi come un’“invasione di campo”, non più tollerabile.

Che ben vengano dunque i referendum popolari: sulla responsabilità civile dei magistrati, perché non sia più precluso al cittadino di chiedere il risarcimento direttamente al magistrato che abbia cagionato il danno; sulla separazione delle carriere, per eliminare le “porte girevoli”, in modo che il magistrato, una volta scelta inizialmente la carriera del giudicante o dell’inquirente/requirente, non possa più transitare nell’altra; sulla custodia cautelare, in modo che la carcerazione preventiva sia limitata ai soli reati gravi e, in tutti gli altri casi, la pena riacquisti la sua essenziale funzione sanzionatoria e perciò sia susseguente, non precedente, alla sentenza di condanna; sulla legge Severino, affinché la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici non sia irrogata in modo automatico; sulla raccolta delle firme per le liste dei magistrati, in modo che i candidati al Csm non abbiano l’obbligo di iscriversi a una delle correnti e possano presentare la propria candidatura, senza vincoli di sorta; sui Consigli giudiziari, affinché gli avvocati e i docenti universitari possano esercitare il diritto di voto sulla valutazione professionale dei magistrati.

La decisione del popolo sovrano non sarà la panacea di tutti i mali, ma potrà senz’altro innescare un circolo virtuoso e creare le condizioni politiche, affinché non siano ulteriormente tollerate le “invasioni di campo”, sia consentito il sereno esercizio della funzione di indirizzo politico, nel quadro della corretta divisione dei poteri dello “Stato di diritto”, sia ripristinata la “certezza del diritto” e il cittadino abbia la garanzia di una Giustizia efficiente e super partes. È un bene che l’intero centrodestra, come pare, abbia consapevolezza dell’urgenza e rilevanza della questione.