Il risveglio dei magistrati italiani: il gruppo dei 101

Anche la nomina di Michele Prestipino a Procuratore capo di Roma – che secondo Luca Palamara vale come due ministeri – è stata dunque viziata, tanto da indurre il Tar, adito dai suoi concorrenti esclusi, ad annullarla, riaprendo i giochi e in attesa della possibile impugnativa dello stesso Prestipino al Consiglio di Stato. La cosa è particolarmente significativa, in quanto tale nomina è stata formalizzata dopo che la vicenda di Palamara era già rumorosamente esplosa e condotta all’attenzione della opinione pubblica e dei mezzi di informazione: come dire che purtroppo nulla è cambiato, continuando le correnti a lottizzare i posti come e più di prima.

Nulla di nuovo sotto il sole, allora? Non proprio. Infatti, occorre sapere che già da anni un nutrito gruppo di magistrati italiani che prende nome dall’Articolo 101 della nostra Costituzione (per il quale la giustizia è amministrata in nome del popolo e i giudici sono soggetti soltanto alla legge, non quindi alle correnti e al loro strapotere) si è mosso in vario modo per cercare di sconfiggere ciò che Palamara designa come “Sistema”, cioè appunto il grumo di potere politico e parapolitico che, attraverso l’Associazione nazionale magistrati e le correnti che in essa confluiscono, gestisce da decenni le nomine ai posti direttivi e semidirettivi della giurisdizione. Condizionando poi, attraverso il Consiglio superiore della magistratura che ne è gemmazione, la formazione e infine l’operato degli organi giudicanti. Evidentemente, avendo toccato con mano la logica perversa di queste spartizioni, ove la qualità umana e professionale dei colleghi viene semplicemente ignorata, essi hanno ben compreso che era ora di finirla e si son dati da fare, muovendo da una coscienza limpida del proprio ruolo.

Oltre che coagularsi in gruppo – che tutto può essere tranne che una corrente – hanno fondato un sito dalla significativa denominazione di “Uguale per tutti” (riferendosi evidentemente, e con un pizzico di ironia, alla legge) ove si manifestano pubblicamente queste idee critiche, ma soprattutto hanno anche formulato tre proposte di legge, per intervenire ed interrompere finalmente il perverso circuito del correntismo militante. La prima prevede che gli incarichi direttivi e semidirettivi dei magistrati siano conferiti secondo un criterio di rotazione, in modo da evitare che la stessa persona possa rimanere per anni su una poltrona ove a volte il potere esercitato – per qualità e per quantità – può far perdere il senso del limite, occupandola a vantaggio di una corrente in modo permanente.

La seconda proposta prevede invece che sia abolita l’immunità che ad oggi ancora tutela i componenti del Consiglio superiore, simile a quella parlamentare, e stabilita con legge ordinaria, invece che con norma di rango costituzionale. Ma è la terza proposta, certamente la più rivoluzionaria, ad attirare l’attenzione, prevedendo essa che il criterio per eleggere i componenti del Consiglio superiore sia quello di un sorteggio “temperato” da elezione. In altre parole, si prevede che prima siano sorteggiati un certo numero di magistrati fra tutti i presenti in ruolo e poi che – fra coloro che di questi si siano dichiarati interessati alla candidatura – siano eletti i nuovi componenti con normali selezioni elettorali. Il sorteggio serve ad estirpare la mala pianta della appartenenza correntizia, che tanto danno ha mostrato di poter fare, mentre la elezione successiva serve a salvare la previsione della Costituzione che vuole che tali componenti siano “eletti” e non altrimenti scelti. Se le tre proposte divenissero legge, sarebbe davvero un bel passo avanti verso la tutela reale della imparzialità e della indipendenza dei magistrati, minacciate dalla lottizzazione correntizia.

Tuttavia – avanzo qui una critica con intenti costruttivi – rimarrebbe comunque un residuo non si sa quanto potente, ma certo operante, di spartizione correntizia anche dopo il sorteggio, con effetto sulle elezioni dei sorteggiati e disponibili alla candidatura. Non sarebbe meglio allora, in quanto cura più radicale, abolire per legge le correnti in quanto tali? Mi rendo conto della difficoltà della cosa, ma forse la gravità della situazione impone un rimedio altrettanto grave, visto che le correnti, nascondendosi dietro un paravento di carattere culturale, agiscono in realtà come partiti politici.

Altra iniziativa significativa di questo gruppo nutrito di magistrati è stata recentemente una lettera aperta scritta al capo dello Stato, Sergio Mattarella e sottoscritta da ben 94 di essi, destinata a chiedere un suo personale intervento nella veste di presidente del Consiglio superiore e di garante della Costituzione. Essi, giustamente, lamentano che dopo le rivelazioni di Palamara, organi che avrebbero dovuto attivarsi – per esempio certe Procure – non lo abbiano fatto e che addirittura il Procuratore generale della Cassazione abbia adottato una “generale direttiva assolutoria”, stabilendo che mentre la segnalazione operata ad un componente del Consiglio a favore di altri costituisce illecito disciplinare, quella fatta a proprio favore sarebbe del tutto lecita. Direttiva, questa, a dir poco strabiliante, perché rovescia il normale ordine del mondo, dal momento che ammette l’auto-raccomandazione – azione quanto mai odiosa ed assai imbarazzante, mentre sanziona la raccomandazione a favore altrui, azione certo illecita ma moralmente assai meno censurabile.

Insomma, per il Procuratore generale della Cassazione, se il candidato – per esempio al concorso in magistratura – prima degli esami, incontri il presidente della commissione allo scopo di auto-raccomandarsi, non ci sarebbe nulla di male. Assurdo ma vero. Per questa ragione, gli stessi magistrati poche settimane or sono hanno sottoscritto un pubblico invito indirizzato al Procuratore generale della Cassazione, chiedendogli di chiarire questa stranissima direttiva oppure di dimettersi, in quanto anch’egli tirato comunque in ballo da Palamara, essendosi con lui auto-raccomandato: saremmo allora in presenza di una direttiva genuinamente “auto-assolutoria”. Ancora più strabiliante ed inammissibile! A questo invito ha risposto soltanto un perdurante silenzio, a suo modo eloquente.

Non è finita. Gli stessi magistrati firmatari della missiva al capo dello Stato hanno chiesto il varo di una commissione parlamentare di inchiesta sulle vicende rivelate da Palamara, facendo così propria una richiesta già formulata da alcune forze politiche. Insomma, finalmente i magistrati italiani si son svegliati, comprendendo che la situazione è divenuta ormai insostenibile e soprattutto mostrando piena consapevolezza della propria coscienza professionale, avvilita dai giochi di corrente. Su tutti noi grava perciò un onere non indifferente: sostenerli – ciascuno a suo modo – in questa battaglia che non sarà né breve né facile. Se non altro, perché la conquista della loro libertà è la condizione per la conservazione della nostra.