Pare che il nostro debba essere ad ogni costo il Paese delle “terze vie”. Quella primigenia inventata dal fascismo che poneva se stesso come “terza via” tra comunismo e capitalismo, quella più recente di Enrico Berlinguer che elaborò la formula dell’eurocomunismo come “terza via” tra l’ortodossia sovietica e le vie nazionali al socialismo. E ora quella secondo cui, sul tema dell’accoglienza dei migranti, stabilisce che tra l’assimilazionismo francese e il multiculturalismo britannico esiste una terza via integrazionista dalle caratteristiche tutte italiane. Visto l’esito non propriamente brillante delle prime terze vie, quella fascista e quella dell’eurocomunismo berlingueriano, c’è da preoccuparsi sull’attuazione concreta della terza via italiana alla integrazione.

Il caso della ragazzina musulmana rasata a zero dalla famiglia a Bologna lo dimostra. Pare proprio che lo scetticismo sulla soluzione terzista italiana sia più che fondato. Perché, con la superficialità che sembra perennemente caratterizzare le vicende nostrane, il caso mediaticamente scoppiato nei giorni scorsi è diventato immediatamente la leva politicamente corretta per proporre l’approvazione della legge sulla cittadinanza ferma da tempo in Parlamento. Come se questa legge, che prevede una misurata applicazione dello ius soli a chi è nato nel nostro Paese da genitori immigrati, fosse la panacea di tutti i problemi posti dall’integrazione e, automaticamente, la mitica terza via dagli effetti straordinari e miracolistici. Il guaio, invece, è che il caso di Bologna insegna come l’approvazione di una legge sulla cittadinanza (che va comunque realizzata) sia solo una parte infinitesimale di una questione infinitamente più grande. Se, dunque, quella della legge è la cosiddetta terza via italiana siamo ancora una volta ai falsi miti destinati a svanire come neve al sole e a lasciare una scia di accidenti di difficile risoluzione.

La legge sulla cittadinanza, infatti, da sola può dare una risposta parziale alla seconda generazione dei migranti nata nel nostro Paese, ma non scioglie in alcun caso i nodi posti dall’accoglienza indiscriminata di duecentomila stranieri in gran parte di religione islamica all’anno, dall’impossibilità di dare loro accoglienza umana, istruzione adeguata, lavoro certo e dalla convinzione di una minoranza consistente di questa massa di essere portatori di una religione che propone un modello di civiltà alternativo e concorrente con quello occidentale. Non c’è integrazione possibile, in sostanza, se alla volontà di integrare con le leggi non corrisponde la volontà di essere integrati con i comportamenti adeguati.

La terza via funziona solo se è un contratto tra parti. Altrimenti è una ipocrisia destinata al fallimento.

Aggiornato il 02 maggio 2017 alle ore 22:14