In difesa   della “difesa infame”

Sono stato sollecitato da molti amici a scrivere un intervento di replica al “Buongiorno” di Massimo Gramellini del 27 febbraio scorso nel quale, si dice, è contenuto un inaccettabile attacco al diritto di difesa. “L’avvocato difensore dei colpevoli – vi si legge – è mestiere infame che costringe a qualsiasi genere di arrampicata sui muri ospitali della legislazione italiana ma stavolta l’impresa…”.

D’istinto, mi verrebbe da dire che non c’è nulla di cui sorprendersi: conosciamo il giornalista, la dolcezza insidiosa della sua penna e, naturalmente, la sua incompetenza giuridica. Se Massimo Gramellini si avventura su un terreno che non è il suo e utilizza lo strumento dell’iperbole per catturare - cosa che gli riesce benissimo - l’attenzione dei suoi indomiti lettori, è libero di farlo. Noi riconosciamo a Gramellini il diritto di esprimere le sue opinioni, anche quando - come in questo caso - sono sciocchezze da bar, che mutuano la loro essenza da quello stesso convenzionalismo becero che egli assume di voler fustigare e del quale, invece, è uno dei più autorevoli esponenti.

A Gramellini non interessa il diritto di difesa, perché il diritto di difesa - in questo Paese - interessa soltanto a chi deve difendersi. Gli altri - quelli che non ne hanno necessità - vorrebbero fosse cancellato come vorrebbero annichilire tutti gli intralci ad una giustizia rapida, intransigente ed esemplare. Gramellini, quindi, non dice nulla che possa suscitare il mio scandalo o la mia irritazione. È sufficiente, però, che due cose siano chiare a tutti: che il “Buongiorno” non è un trattato sulla democrazia in Italia, ma la fotografia dell’infimo livello di coscienza civile che ci contraddistingue; che il diritto di difesa non ripete la sua nobiltà ontologica dalle opinioni di un simpatico censore dei nostri costumi.

Quando si fa politica, la scelta più impegnativa riguarda le regole di ingaggio. Dalle modalità di innesco del dialogo, del contraddittorio e dello scontro dipende, molto spesso, il risultato finale. La ragione è semplicissima: la simmetria dei comportamenti, unitamente all’esigenza di occupare spazi, induce i soggetti a ritagliarsi aree e dettare il linguaggio. È così da sempre. Valeva per Mussolini, per Stalin e anche per i politici moderni. Lo stesso Cicerone dosava la vis polemica delle sue parole secondo le esigenze del caso. Dicono - ma dobbiamo stabilirlo a frigido pacatoque animo, cioè a mente fredda, a bocce ferme - che Gramellini ha offeso la dignità dell’avvocatura, di un nostro collega (impegnato in un recente caso giudiziario sotto i riflettori dei media) e ha sferrato un ignobile attacco al diritto di difesa.

Ripeto di non essere scandalizzato per cotanta aggressione. Solidarietà al collega, certo, che è anche un amico. Solidarietà - però - non soltanto per l’offesa arrecatagli, ma per il vulnus all’immagine. Credo infatti che tutto si risolva in un vulnus all’immagine del collega, del diritto di difesa e dell’avvocatura. Eppure non riconosco a Gramellini né le competenze, né, soprattutto, la capacità di colpirci: è un abilissimo vignettista che impugna la penna in luogo della matita, che scrive parole invece che fare disegni; ma è e resta un vignettista che vorrebbe dipingere il ritratto della Dea Morale utilizzando la tavolozza dei luoghi comuni. Sono altri i veri nemici del diritto di difesa. Per altro verso, non posso non considerare che i suoi articoli sono letti da centinaia di migliaia di persone, che ne subiscono la suggestione. Qui il problema si complica. Da un lato, non siamo - noi avvocati, che oggi evochiamo la Costituzione calpestata - in grado di far comprendere neppure ai giornalisti che cos’è davvero il diritto di difesa; dall’altro lato, dobbiamo prendere atto che la maggior parte del popolo (quello di cui parla l’articolo 1 della Costituzione) pensa esattamente quello che Gramellini scrive e che altri, magari più competenti e pericolosi di lui, ripetono spesso.

Dicevo che le regole di ingaggio sono decisive. Potrei scrivere un bellissimo documento nel quale richiamo l’attenzione di tutti alle regole di civiltà giuridica, alle nostre tradizioni, alle convenzioni internazionali, alla Costituzione, ai maestri del pensiero giuridico. Mi sono annoiato da solo. Oppure potrei dire a Gramellini, con il sorriso, che meglio farebbe a soppesare le parole che usa, evitando di iscrivere la Madre del Salvatore - che è la nostra avvocata - nella lista di coloro che esercitano un mestiere infame. Magari la “gente” capirebbe di più e lui si precipiterebbe al confessionale, come fanno i benpensanti quando vogliono detergersi la coscienza dalle macchie dei peccati commessi.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 23:02