Il Pdl è condannato all’unità

È più di un anno che i cespugli centristi lavorano al progetto di spaccare il Pdl e con i pezzi del maggiore partito del centrodestra dare vita ad un nuovo centro destinato ad allearsi dopo le elezioni con il Pd di Pier Luigi Bersani. Questo disegno è stato ad un passo dalla sua realizzazione. Prima al momento della caduta del governo Berlusconi. Ed allora è stato sventato dalla sostanziale impreparazione degli esponenti del Pdl che nella testa degli strateghi centristi avrebbero dovuto comportarsi da “quinta colonna” e seguire Gianfranco Fini lungo la strada della distruzione del partito del centrodestra. Le settimane scorse è sembrato che Berlusconi avesse in animo di spacchettare il Pdl per partecipare alle elezioni con una propria lista personale. Ed anche in questa occasione a sventare il disegno che prevede la secessione degli anti-berlusconiani del Pdl ci ha pensato il solito Cavaliere che, dopo essere ridisceso in campo nella campagna elettorale, ha sparigliato le carte annunciando di essere pronto a passare la mano a Mario Monti come federatore di una grande coalizione di moderati capace di battere la sinistra del duo Bersani-Vendola. Nessuno può escludere che, come un fiume carsico che appare e scompare, anche il progetto di spaccare il Pdl allontanato dalla mossa del Cavaliere possa riaffiorare con maggiore energia nel prossimo futuro. Ma questa volta a rendere meno probabile l’eventualità c’è un fattore aggiuntivo e diverso da quello delle operazioni tattiche difensive di Berlusconi. C’è la consapevolezza del gruppo dirigente del Pdl che la propria salvezza politica e personale, cioè la possibilità di rielezione e di poter pesare e contare sugli equilibri governativi della nuova legislatura, passa obbligatoriamente attraverso la difesa e la conservazione dell’unità del partito. Non importa se questa unità si mantiene nel nome di Berlusconi, di Alfano o della Madonna Pellegrina. L’importante è che non vada in alcuna caso dispersa o vanificata. Perché chiunque decidesse di uscire dal Pdl, fosse la componente più consistente da un punto di vista numerico o quella più segnata da una identità precisa, si voterebbe alla marginalità ed alla irrilevanza. Chi volesse uscire da destra si troverebbe ad interloquire solo con la formazione di Francesco Storace e sperare al massimo di superare la soglia di sbarramento del 4 per cento per la Camera (l’otto per cento per il Senato non sarebbe mai raggiungibile). E chi lo volesse fare da sinistra per costruire insieme con i cespugli centristi una lista d’ispirazione montiana, perderebbe ogni peso politico reale diventando una semplice sussistenza o appendice marginale non tanto di Monti quanto di Casini, Fini e Montezemolo. Per i dirigenti del Pdl, quindi, la conservazione dell’unità del partito diventa l’unica strada percorribile per continuare ad avere un qualche ruolo (oltre che maggiori possibilità di rielezione). Certo, la difesa dell’unità non può comportare la riproposizione della vecchia obbedienza pronta, cieca ed assoluta ai voleri del fondatore. Poiché anche per Berlusconi l’unità del Pdl rappresenta la condizione indispensabile per la propria sopravvivenza politica, le diverse componenti del partito di maggioranza del centrodestra debbono far valere le proprie ragioni e le proprie esigenze. In particolare all’atto della formazione delle liste. Il ché non è la scoperta dell’acqua calda, ma il vero segnale di novità che viene dal Pdl. Un segnale che supplisce alle mancate primarie copiate al Pd e che fornisce una prova di vitalità interna fino ad ora considerata impossibile ed impensabile.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:15:47