Monti applica il metodo della pezza

Mancano pochi mesi alla scadenza della legislatura. E tra non molto il Parlamento sarà impegnato ad affrontare lo scoglio di una legge finanziaria particolarmente ostico vista la situazione di gravissima crisi economica a cui il provvedimento dovrebbe porre rimedio.

Ma il presidente del Consiglio Mario Monti, beato lui, non teme intasamenti parlamentari di sorta. E si prepara a varare una modifica al Titolo V della Costituzione che ha assicurato non essere «a futura memoria» ma un provvedimento destinato ad essere approvato comunque bruciando i tempi lunghi della doppia lettura di Camera e Senato previsti dall’art.138. Nessuno riesce a capire da dove nasca l’ottimismo di Monti.

Forse dal sentimento di rivalsa anti-leghista che spira in larghi settori della sua maggioranza? L’ipotesi è plausibile. Può essere che circostanze politiche particolari favoriscano la modifica di un Titolo V della Costituzione che da quando è entrato in vigore ha prodotto solo contenziosi a raffica tra stato e regioni, con spese e lungaggini a non finire, senza produrre una sola conseguenza positiva per i cittadini. Ma è proprio l’esperienza fatta con la modifica del Titolo V, realizzata a suo tempo senza alcun approfondimento da una maggioranza di centrosinistra decisa a blandire in qualche modo la Lega di Umberto Bossi alla vigilia delle elezioni politiche, a far riflettere non tanto sull’ottimismo di Monti e sulla sua volontà di operare in tutta fretta una correzione costituzionale comunque necessaria, quando sul metodo con cui vengono effettuate le riforme nel nostro paese.

Un metodo che, a quanto pare, viene applicato indifferentemente da politici e da tecnici. E che può essere sintetizzato con la definizione del “metodo della pezza”. Nel nostro paese, in altri termini, non si fanno mai riforme. Si mettono sempre “pezze”. Per tappare i buchi all’ultimo momento, per rincorrere le mode, per risolvere problemi politici contingenti. Il tutto mai per convinzione radicata e sempre per convenienza occasionale. Il governo tecnico avrebbe dovuto segnare una netta inversione di marcia chiudendo l’epoca delle riforme abborracciate da politici frettolosi ed aprendo una stagione virtuosa di riforme complete frutto di riflessioni ed analisi approfondite. Invece, siamo sempre alle solite. Anche Monti si allinea alla pessima tradizione del passato e cede al “metodo della pezza” ipotizzando una modifica costituzionale che potrà al massimo ridurre il contenzioso tra stato e regioni ma non potrà in alcun modo rappresentare una vera e completa riforma delle autonomie.

Si dirà che a Monti non si può chiedere l’impossibile. E che è meglio una “ pezza” parziale ma che risolve almeno in parte un problema che una riforma perfetta destinata a rimanere sempre sulla carta e non a vedere mai la luce. Ma il governo tecnico chiamato a fare le riforme imposte dall’emergenza può comportarsi come un qualsiasi governo politico retto su fragili equilibri? La questione non è peregrina. Monti corre il rischio di passare come l’uomo delle mezze riforme sempre incomplete (quella del lavoro), mai ragionate (quella delle pensioni con la dimenticanza sugli esodati), costantemente legate alle spinte emotive del momento (legge anticorruzione) ed esclusivamente rivolte a rincorrere le circostanze occasionali. Perché non sfuggire a questo pericolo con la proposta al paese di una qualche riforma piena, completa e comprensibile? Non importa se “a futura memoria”. Perché non è con le pezze che si prepara il futuro ma anche (o solo) con “memorie” capaci di indicare prospettive concrete.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:29:53