I sondaggi di Renzi e Montezemolo

Ma cosa dicono i sondaggi più accreditati dopo lo tsunami delle dimissioni di Renata Polverini e l’esplosione di un caso Lazio che è in realtà il caso dell’intero sistema regionale italiano? Chi vuole trovare una via d’uscita dallo sconquasso politico di questi giorni deve necessariamente rispondere a questo interrogativo. Non perché l’unica bussola in grado di far navigare nel mare agitato della vita pubblica nazionale sia rappresentato dalle rilevazioni sulle intenzioni di voto.

Ma perché i sondaggi possono sbagliare le percentuali ma forniscono indicazioni certe sulle tendenze di fondo dell’elettorato italiano. Ed è sulle tendenze stabili e prive di oscillazioni che si può ragionare sul futuro e scegliere le mosse da compiere per reggere il mare” senza andare alla deriva. Le tendenze in questione sono poche. La prima è che il Pdl subisce il contraccolpo della vicenda laziale ed inverte il processo di progressiva risalita oltre il 20 per cento iniziato nelle settimane scorse.

La seconda è che il Pd non intercetta neppure un voto della nuova flessione del Pdl e neppure di fronte allo sbandamento del proprio principale antagonista riesce a conquistare una minima parte di consensi nell’area dei delusi del centro destra. La terza è che anche la cosiddetta area centrista, in realtà rappresentata dalla sola Udc di Pierferdinando Casini, non usufruisce in alcun modo dello sbandamento del Pdl. Delle tre indicazioni la più importante è sicuramente quella che riguarda l’area di centro. Se l’Udc fosse riuscita ad intercettare i delusi del centro destra e diventare il punto di coagulo di tutte quelle formazioni spontanee che vanno sorgendo nel paese come reazione allo stato di atarassia politica ed alle crisi di nervi del centro destra, il destino della prossima legislatura sarebbe segnato.

E si potrebbe già da ora ragione sul ritorno di un centro sinistra molto simile a quelli del passato, con un centro solido alleato con una sinistra riformista compatta. Ma l’operazione, a cui Casini aveva lavorato d’intesa con Gianfranco Fini e Beppe Pisanu, ed in cui aveva sperato di inserire come specchietto per le allodole moderate Luca Cordero di Montezemolo, è clamorosamente fallita. Fini e Pisanu si sono rivelati non un valore aggiunto ma una zavorra imbarazzante. E Montezemolo, vista la pretesa di Casini di riservare a se stesso il ruolo di leader maximo ed al Presidente della Ferrari quello della figurina Panini, ha pensato bene di rinviare a data da destinarsi il momento della sua discesa in campo.

La situazione, quindi, è bloccata. Con un Pd che non cresce, un Udc che rimane un partito che al massimo può svolgere un ruolo ancillare dei due partiti maggiori e con un Pdl che torna a perdere voti a causa della irresistibile vocazione dei suoi quadri a farsi male da soli. Quali fattori possono sbloccare questa sorta di paralisi che sembra fatta apposta per rilanciare il declinante Grillo ed aumentare l’area della protesta del non voto? La risposta è semplice: la vittoria di Matteo Renzi nelle primarie del Pd e la creazione di un rassemblement di centro destra guidato da Montezemolo su investitura di Silvio Berlusconi leader di un Pdl profondamente rinnovato.

In apparenza sembra più facile che Renzi batta Bersani nelle primarie piuttosto che Montezemolo e Berlusconi concordino il passaggio di testimone nella leadership dell’area moderata. Nella sostanza è più facile che avvenga il contrario. Perché la vecchia guardia post-comunista del Pd non si lascerà rottamare facilmente da Renzi. E perché se Montezemolo vuole sul serio impegnarsi nella vita pubblica l’unico terreno su cui si può muovere vista l’indisponibilità di Casini a rinunciare al proprio orticello è quello dell’alleanza con il Cavaliere.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:24:18