Matteo è pronto, ma gli elettori del Pd?

Con il discorso di Verona, Matteo Renzi ha dimostrato che dietro a quel sorriso da furbetto c’è della sostanza politica. Si può condividere o no, ma non liquidare come un fenomeno di mera abilità comunicativa. È stato un equilibrato mix di trovate comunicative e carisma da una parte, e contenuti politici dall’altra. Senza perdersi nell’elenco della spesa, ma nemmeno nella retorica degli “orizzonti” ideali. Meno battute da toscanaccio, che ovviamente non sono mancate, e due-tre concetti chiave, incisivi e profondamente politici.

Ciò che molti si aspettavano da Renzi è che si dimostrasse “rottamatore” non solo della leadership e dei dirigenti – limitandosi a questo rischiava di scadere nella demagogia e nella presunzione – ma anche di vecchie idee. Missione compiuta, si direbbe: «Non vogliamo cambiare la classe dirigente, ma il destino dei nostri figli». Potrà vincere o perdere, avere successo o fallire al governo del paese, ma il tentativo di Renzi non sembra velleitario. Insomma, grazie allo strumento delle primarie, sebbene ancora imperfetto, il Pd si ritrova in casa una vera chance di rinnovamento, che sembra invece mancare al Pdl. Adesso però sta agli elettori del Pd coglierla o rigettarla. Sarà dura, perché anche a loro è richiesto uno sforzo di rinnovamento. Attaccando la foto del Palazzaccio, quella che ritrae Vendola, Di Pietro e post-neo-comunisti vari, nell’atto di depositare in Cassazione i referendum per smontare la riforma del lavoro Fornero, Renzi attacca una sinistra politica e sindacale conservatrice, anzi regressiva e irrsponsabile, alla quale il Pd di Bersani è legato a doppia mandata.

Sembra aver capito, al contrario della maggior parte dei suoi compagni, che se ti presenti alle elezioni con chi ha proposto quei referendum, o con le idee di Fassina e Damiano, e condizionato dalla Cgil, non te lo lasciano guidare l’Italia. E se non sono gli elettori a fermarti, saranno i mercati e l’Europa. Il sindaco di Firenze ha quindi osato attaccare a viso aperto due tabù della vecchia sinistra come l’articolo 18 e la generazione del ‘68, che si crede la “meglio gioventù”, depositaria di ideali immutabili. Ma il passaggio forse più politico è stato quando Renzi ha detto a chiare lettere di non avere paura di cercare i voti del centrodestra, dei delusi da Berlusconi.

Apriti cielo! Subito i suoi avversari nel partito e certa stampa l’hanno accusato di voler “inquinare” le primarie con il voto del nemico. 

Renzi si riferiva alle politiche, è però consapevole che le sue speranze di battere Bersani sono legate alla capacità di ampliare oltre il centrosinistra il bacino di elettori che parteciperanno alle primarie. Non sorprende lo scandalo. 

Nella mentalità di certa sinistra gli elettori che hanno creduto in Berlusconi devono solo vergognarsi di nascosto, sono cittadini di serie B. Ma se un ex elettore del Pdl si presentasse alle primarie per votare Renzi, e Renzi vincesse, è ragionevole supporre che lo rivoterebbe alle politiche, votando così per il Pd. 

Che ci sarebbe di male? Chi si scandalizza rivela una concezione “proprietaria” degli elettori, un gregge da pascolare e non cittadini da convincere, una specie di assurdo “fissismo” elettorale per cui si vince facendo il pieno di voti della “propria” gente, non convincendo gli altri o gli indecisi.

Il problema vero è che molti nel Pd vedono Renzi come una specie di Berlusconi, solo perché ha la parlantina, la battuta pronta, e perché non sembra uscito da trent’anni di inutili riunioni in fumosi stanzoni di partito. Bersani e la sua classe dirigente sono vecchi anagraficamente e politicamente, e rappresentano una vecchia idea di socialdemocrazia. 

Ma gli elettori del Pd sono pronti a disfarsene? La sensazione è che rimangano pervicacemente aggrappati all’utopia di vincere, e governare, con le vecchie idee della sinistra novecentesca, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia.

Anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi “ma anche”, aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Ma allora gli elettori di sinistra si fidarono perché Veltroni era pur sempre un compagno dal pedigree ineccepibile. Renzi è diverso: politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, e questo insieme alla sua abilità comunicativa gli vale una non troppo velata accusa di criptoberlusconismo. 

Se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader ma tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle. Ma il tempo è scaduto.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:32:50