La rivalità di Casini e Montezemolo

Come si fa a mettere d’accordo un partito tradizionale formato da quadri di professionisti della politica con un movimento d’opinione caratterizzato da tanti nomi illustri e da pochi militanti ignoti? Il giorno in cui Pierferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo (o i suoi rappresentanti) avranno trovato una risposta convincente al quesito, l’Udc, Italia Futura , Fermare il declino e qualsiasi altro gruppo o movimento d’ispirazione liberaldemocratica attualmente in gestazione potranno diventare una forza unica ed occupare stabilmente l’area centrista. Ma fino a quel momento Casini e Montezemolo (o chi per lui) saranno costretti a non dialogare e (sempre che l’ex presidente di Confindustria voglia sul serio chiudere l’esperienza alla guida della Ferrari e dedicarsi alla politica) a farsi una concorrenza che non potrà essere misurata e gentile ma, come impongono le regole della politica alle forze che si contendono la stessa area, dura e senza esclusione di colpi. Sulla carta la quadratura del cerchio non sembra difficile. Il problema sembra essere solo di conciliare le ambizioni personali del due personaggi. Chi deve fare il leader del centro? Casini o Montezemolo? Trovata la risposta, risolto il problema. Nella realtà, invece, la questione del leader è solo la punta affiorante dell’iceberg.

Quella che ha sicuramente la sua importanza visto che Casini nutre ambizioni alte come quella di diventare il successore di Giorgio Napolitano e Montezemolo ha una notorietà ed una storia che non gli consentono di diventare il Cesa del genero di Caltagirone. Tanta importanza, però, passa in secondo piano rispetto al problema vero che rende difficile, se non impossibile, la fine della conflittualità e l’avvio della collaborazione. Il problema è che il “corpo” dell’Udc, quello formato dai quadri territoriali che vivono di politica nelle amministrazioni locali ed ambiscono ad avere uno spazio politico nazionale come punto d’arrivo della loro attività, non hanno alcuna intenzione di cedere il passo e regalare le proprie candidature in Parlamento, per cui hanno tanto speso e lavorato, all’esercito di soli generali di Montezemolo, di Nicola Rossi e di Oscar Giannino. Questione banale? Niente affatto. Questione assolutamente sostanziale. Perché è quella della fusione tra due organismi strutturalmente antitetici , fusione che può avvenire solo a condizione che uno dei due soggetti rinunci alla propria natura annullandosi completamente nell’altro. L’Udc, come si è visto a Chianciano, può permettersi mal massimo di cooptare nel proprio vertice qualche rappresentante della società civile (Emma Marcegaglia) o qualche transfuga di nome da altre formazioni politiche (Beppe Pisanu, Gianfranco Fini). Ma questa cooptazione deve essere necessariamente limitata. Perché non può in alcun caso alterare gli equilibri interni del tradizionale gruppo dirigente del partito. Casini potrà anche essere il “padre-padrone” dell’Udc. Ma senza i quadri dei dirigenti e dei militanti corre il rischio di trasformarsi in “genero” e basta.

Al tempo stesso i movimenti d’opinione formati da alcune decine di intellettuali, economisti, professori, professionisti ed imprenditori, cioè da un gruppo per definizione e per formazione elitario, non può in alcun caso mettersi in coda ai colonnelli, ai capitani, ai tenenti ed ai marescialli dell’Udc. Deve necessariamente pretende di essere cooptato in blocco al vertice del partito con cui dovrebbe fondersi. Perché altrimenti perde la sua natura e si dissolve come neve al sole. E allora? Come se ne esce? Al momento in un modo solo: non se ne esce. Rimane la concorrenza, la competizione, la conflittualità. Fino al momento, se mai dovesse arrivare, in cui un pezzo snaturato di uno dovesse accettare di essere innestato nel tronco dell’altro. Ma possono Montezemolo, Nicola Rossi e Giannino pensare di poter essere innestati accanto a Pisanu, Fini, De Mita, Cirino Pomicino ed Adornato?

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:27:40