Lo scudo anti-spread non risolve la crisi

Le recenti prese di posizione del governatore della Bce, Mario Draghi, hanno rinfrancato i mercati finanziari, contribuendo a far allentare la pressione sui nostri titoli di stato. Tuttavia, occorre ribadirlo con forza, questa ventata di ottimismo si basa ancora una volta su una prospettiva di salvataggio dell’euro, e dei paesi canaglia che lo stanno affossando, di natura prettamente finanziaria e, pertanto, non risolutiva nel medio e lungo periodo.

Molto in soldoni, qualsiasi intervento operato dalla Banca centrale europea, eventualmente di concerto con il Fondo monetario internazionale, non può che far guadagnare tempo, allungando il momento del redde rationem, ma appare insufficiente a risolvere la crisi se non si realizzano nel contempo tutta una serie di drastiche misure strutturali in grado di riequilibrare le singole economie. Misure strutturali, come ad esempio la riforma previdenziale messa in campo dal governo Monti (allo stato l’unica cosa rilevante in senso positivo posta in essere dall’esecutivo dei tecnici), che consentano di cominciare ad eliminare le cause fondamentali che stanno alla base delle attuali difficoltà economiche e finanziarie che stanno in primo luogo pregiudicando il futuro dell’Italia. 

In sintesi, se anche da noi occorre procedere senza tentennamenti nella riduzione di una spesa pubblica che ha raggiunto livelli mostruosi e, per questo, assolutamente incontrollabili. Da qui partire per un processo di alleggerimento delle tasse e della burocrazia che costituisce, al di là delle sterile chiacchiere keynesiane che continuano a monopolizzare il dibattito politico, l’unico indirizzo efficace per riprendere a crescere. Anche perché con una mano pubblica che oramai controlla circa il 55% delle risorse prodotte, percentuale che rappresenta il livello reale della pressione fiscale, non ci sono assolutamente margini per uno stimolo dell’economia dal lato dell’offerta, evitando di proseguire nella strada pericolosissima delle droghe finanziarie.

In altri termini, solo alleggerendo il sistema produttivo di parte dell’enorme zavorra pubblica che ne soffoca quasi ogni prospettiva di sviluppo si potrà pensare realisticamente di uscire dalla crisi attraverso la strada maestra della crescita. Ma per ottenere ciò occorrono almeno due elementi fondamentali: una chiara visione programmatica sulla estrema necessità di far compiere allo Stato molti passi indietro e la forza e la capacità politica di poterlo mettere in pratica. Il problema però, per chiudere in estrema sintesi, è che l’attuale confuso panorama politico non sembra offrire una tale possibilità. Soprattutto a causa di una preoccupante assenza di una seria alternativa liberale e moderata, si preannuncia un futuro Parlamento dominato dalla sinistra collettivista e dal montante voto di protesta interpretato dal movimento di Beppe Grillo. E ciò non mi sembra una bella prospettiva per la nostra spossata economia. Staremo a vedere.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:18:06