Basta appelli, bisogna tagliare le tasse

L’economia italiana ha bisogno dell’esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle “consultazioni”, tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All’Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all’innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all’esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c’è persino da temere un nuovo “patto” per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male. Di ieri l’allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro.

Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l’avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario). All’uscita dall’incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente».

I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia) su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l’attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l’accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l’apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile.

E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l’inefficienza degli apparati pubblici. Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c’è “Agenda per la crescita” credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:35:10