Bersani, D'Alema e la ciambella senza buco

Il disegno di Pier Luigi Bersani è assumere la guida del governo del paese passando attraverso due fasi  distinte. La prima prevede la ricostruzione del Pds con il recupero già avvenuto della pecorella smarrita Nichi Vendola e del suo Sel e con l’inserimento nel partito erede diretto del vecchio Pci di tutti i pezzi che verranno progressivamente strappati all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. In questo modo il leader del Pd conta, con la nuova versione del Pds, di superare il 30 per cento dei consensi elettorali e conquistare il premio di maggioranza che verrà comunque previsto dalla nuova legge in fieri per avere il diritto di partito di maggioranza relativa di ottenere l’incarico di formare il nuovo governo.

La seconda fase, così come è stato ampiamente anticipato nei giorni scorsi e così come è stato lucidamente teorizzato da Massimo D’Alema da qualche anno a questa parte, scatta all’indomani del voto e dell’ottenimento dell’incarico e prevede la formazione di una coalizione tra il neo-Pds ed una Udc che nel frattempo dovrebbe essere stata liberata dalla zavorra finiana e rutelliana ed arricchita di qualche pezzo post-democristiano del Pdl e di qualche montezemoliano privo di Montezemolo.

Il disegno di Bersani, quindi, è semplice. Consiste nella riproposizione a ruoli scambiati della vecchia formula del centro sinistra. Cioè in un sinistra-centro in cui i post-comunisti siano l’asse centrale della coalizione come un tempo era la vecchia Dc e gli ex democristiani siano come i socialisti ed i socialdemocratici di allora, cioè dei piccoli satelliti obbligati a ruotare attorno al sole bersaniano. Alla vecchia formula dovrebbe corrispondere una strategia politica altrettanto vecchia. Cioè quella della gestione del potere realizzata all’insegna della consociazione tra poteri forti e sindacati, tra centristi e sinistra, caratterizzata dalla difesa dello stato burocratico-assistenziale. Cioè delle vere caste parassitarie che gravano sul paese.

Fino a ieri si pensava che ad opporsi a questo disegno restauratore dovessero essere da un lato le forze del centro destra, sempre che Pdl e Lega sappiano ritrovare le motivazioni originarie che erano di lotta allo statalismo clientelare delle caste parassitarie. E dall’altro il movimento giustizialista di Antonio Di Pietro e quello anarcoide della protesta senza progetto di Beppe Grillo.

Adesso, invece, si scopre che il progetto di Bersani ha un nemico in più. Che è particolarmente pericoloso proprio perché vuole rappresentare una sinistra che non persegue affatto una sorta di restaurazione del centrosinistra sia pure in versione sinistra-centro ma che punta a dare vita a quella alternativa di sinistra-sinistra che ha fatto le prove generali alle ultime amministrative di Milano, Napoli, Palermo. De Magistris, Orlando, Pisapia, hanno in comune di aver conquistato i rispettivi comuni dopo aver strapazzato i candidati sindaci indicati da Bersani e di averlo fatto strappando al Pd fette consistenti di elettorato in nome della costruzione di una alternativa di sinistra che per essere tale non può prevedere in alcun caso una qualche alleanza di governo con i post-democristiani. Se mai daranno vita ad una lista civica nazionale, così come lasciano intendere, non lo faranno per aiutare Bersani ma per affossarlo. Come hanno già fatto alle amministrative dimostrando ancora una volta che tutte le grandi ciambelle ipotizzate da D’Alema non riescono mai con il buco.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:20:28