La Repubblica delle intercettazioni

La procura di Palermo potrebbe aver trovato un osso duro su cui spaccarsi i denti. Il presidente Napolitano infatti è determinato a non abbassare lo sguardo di fronte allo strapotere delle procure e a difendere le prerogative presidenziali sfidate dall’uso distorto delle intercettazioni. 

La legge sembra dare ragione al presidente e torto ai magistrati di Palermo. L’inquilino del Colle può essere intercettato solo se messo in stato d’accusa dal Parlamento per i reati “presidenziali” (alto tradimento e attentato alla Costituzione), e comunque solo dopo che la Consulta ne abbia disposto la sospensione dall’ufficio e previa autorizzazione esplicita da parte del Comitato parlamentare d’accusa.

Tuttavia, uno scivoloso margine di ambiguità rende non del tutto privo di insidie, per il presidente, il ricorso alla Consulta. Le intercettazioni che lo riguardano sono casuali e non penalmente rilevanti, quindi il dissidio è procedurale: i pm avrebbero dovuto chiederne immediatamente la distruzione al gup, come sostiene il Quirinale, oppure la loro irrilevanza dev’essere comunque valutata dalle parti in udienza (il che rappresenterebbe già una forma di utilizzo), e solo dopo, eventualmente, dev’esserne deliberata dal gup la distruzione? L’appiglio è al diritto della difesa di venire a conoscenza di materiale che potrebbe essere utile a scagionare l’imputato.

Ma la questione è soprattutto politica: l’uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni “indirette”. Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell’opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l’impoverimento delle prerogative dell’istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni “indirette” ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l’attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c’era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l’operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.

Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l’escamotage delle intercettazioni “indirette”, per aggirare l’obbligo di richiedere l’autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.

Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest’ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l’intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.

È in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. “Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere” dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l’argomento che sentiamo ripetere a difesa dell’uso delle intercettazioni.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:36:29