Quattro giorni di digiuno per la giustizia

In questo momento in tutta Italia un terzo della popolazione è coinvolto nelle secche della giustizia penale o di quella civile. Se ci mettiamo le famiglie e gli amici, praticamente ogni cittadino. Quando Marco Pannella recentemente ha avuto a disposizione due minuti e un secondo nel Tg5 della sera ha esordito così. 

E con questa affermazione ha praticamente già spiegato il senso dell’iniziativa straordinaria, cioè i quattro giorni di nonviolenza, di sciopero della fame e di silenzio che inizieranno mercoledì 18 luglio. Non sfugga poi un altro anniversario: quello del 28 luglio 2011. Pannella sente il bisogno di celebrare quella iniziativa, cioè il convegno “Giustizia! In nome della Legge e del popolo sovrano”, per ricordare al capo dello Stato, Giorgio Napolitano le parole dette in quella occasione e poi ossessivamente riproposte e rievocate per quasi un anno da Radio Radicale: «Una condizione carceraria che ci umilia in Europa» e che è “urgente” da riportare alla legalità.

Pannella da un anno ogni domenica che Dio manda in terra, e lo farà probabilmente anche oggi, nella propria conversazione pomeridiana, vuoi con Massimo Bordin vuoi con Valter Vecellio, non manca mai di ricordare proprio al presidente della Repubblica che dopo quell’intervento in quel convegno («che ci è stato reso possibile grazie all’opera di Renato Schifani presidente del Senato») Napolitano non ha fatto praticamente nulla. Tanto meno l’unica cosa che la Costituzione gli imponeva di fare: un bel messaggio alle Camere sulla situazione di illegalità costituzionale, e anche dal punto di vista della Corte europea dei diritti dell’uomo, delle patrie galere. Se del caso sollecitando lui stesso il Parlamento a prendersi la responsabilità di un provvedimento di amnistia. Che, previsto dalla Costituzione, in questo momento non sarebbe affatto di clemenza ma di ripristino della legalità costituzionale in materia di giustizia.

Vale la pena a questo punto di rievocare alcune aride cifre: numero capienza detenuti al massimo regime tollerabile? 45 mila. Attuali ospiti delle carceri italiane? Mai meno di 67 mila nell’ultimo biennio. Persone scarcerate con il decreto “salva carceri” di Paola Severino, ministro tecnico della giustizia? Poco più di 300. Numero di detenuti suicidi da inizio del 2012? Trentuno. Morti in carcere? Ottantasette. Operatori e agenti penitenziari suicidi dall’inizio dell’anno? Dodici. Poi dal rapporto della Corte europea dei diritti dell’uomo al governo, e da questo trasmesso al Parlamento, possiamo estrapolare le seguenti circostanze: l’Italia  si colloca al terzo posto per maggior numero dei ricorsi pendenti dinanzi alla Corte europea con circa 13.750 casi, a fronte dei 10.208 affari presenti nel 2010. 

Registrando  così un incremento del contenzioso di circa il 26%, imputabile pressoché esclusivamente «ai ricorsi seriali in materia di violazione delle disposizioni sull’equo processo sotto il profilo dell’irragionevole durata». La Corte (Cedu) ha più volte posto l’accento sul «carattere continuativo e diffuso della violazione dell’articolo 6, paragrafo l, concernente l’eccessiva durata dei procedimenti». Evidenziando anche, «come elemento che aggrava la violazione della Convenzione», la «dimostrata incapacità, da parte dello Stato italiano, di assicurare un processo di ragionevole durata e di apprestare rimedi adeguati di indennizzo».

In queste condizioni, il progetto di amnistia ipotizzato e proposto da Pannella, e per sostenere il quale dal 18 al 22 luglio ci potrebbe essere la novità di una Radio Radicale con i microfoni spenti, o forse aperti agli ascoltatori come ai tempi di “radio parolaccia” (quando gli italiani scoprirono il leghismo prima della nascita della Lega, ndr), è ormai una necessità istituzionale prima che politica. Non un gesto di clemenza come l’indulto votato nel 2006 e all’epoca richiesto anche dall’ormai prossimo alla morte Papa Woytila durante la propria visita in parlamento due anni prima.

Pannella, che vuole subordinare la amnistia al risarcimento del danno per la vittima laddove il reato  abbia una vittima, chiede a Napolitano un supremo sforzo per mandare questo benedetto messaggio alle Camere. Al contempo limitando invece al massimo le esternazioni mediatiche del tutto extra costituzionali, che sortiscono l’unico effetto di far fare qualche titolo sui giornali il giorno dopo. Il sacrificio alimentare e di silenzio dei radicali, e di quanti vorranno partecipare a questa quattro giorni tra il 18 e il 22 luglio prossimi,  dovrà quindi  servire ad aiutare anche e soprattutto Napolitano a ritrovare sé stesso.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:10:36