Monti si affida alla politica degli annunci?

Uno dei segni di logoramento della capacità d'azione di un governo è la cosiddetta politica degli annunci: l'uso del gerundio («stiamo preparando»), o del futuro semplice («faremo», «approveremo» al più presto), oppure l'annuncio dei "frutti" di una determinata politica che però richiedono tempo prima di manifestarsi. Intendiamoci, nessuna di queste formule è di per sé una prova di inazione, nel senso che agli annunci possono seguire effettivamente i fatti, così come le politiche serie producono risultati nel medio-lungo termine. Diciamo però che nell'esperienza italiana si tratta di indizi preoccupanti di una politica di soli annunci. E il governo Monti non sembra esserne immune.

Il progressivo assopimento dell'esecutivo è iniziato quando, calato lo spread, ha ceduto ai sindacati e al Pd sulla riforma del lavoro, notoriamente decisiva per il giudizio dei mercati, ridimensionandone la portata (sull'articolo 18) e rinunciando ad usare lo strumento del decreto in favore di un iter parlamentare più lento e "ragionato". Le recenti parole del premier Monti sulle dismissioni («le stiamo preparando»; «presto seguiranno atti concreti»), nonché la spending review che passa da un rapporto all'altro senza mai diventare esecutiva, o la travagliata gestazione del decreto sviluppo, più volte annunciato e rinviato, sembrano appartenere proprio alla fattispecie degli annunci destinati a restare tali, o al massimo a partorire "topolini".

Le ultime tensioni sui nostri titoli di Stato, che hanno riportato lo spread a sfiorare di nuovo quota 500 e i rendimenti sul decennale oltre il 6%, devono aver convinto il governo ad agire anche laddove fino ad oggi era stato reticente - o per convinzione o per le resistenze di lobby e burocrazie pubbliche: tagli alla spesa e dismissioni. Il bastone dello spread funziona.

Fatto sta che venerdì il Cdm ha voluto trasmettere il senso di un'accelerazione, di una ripresa dell'iniziativa, dimostrare di aver superato la fase di «stallo» in cui anche autorevoli osservatori esteri, gli stessi che avevano acclamato la nomina di Monti come una svolta addirittura per l'Europa intera, vedono ormai impantanato il governo. Approvato, dunque, l'atteso pacchetto sviluppo, seppure con la formula del "salvo intese", che faceva sorridere quando ad usarla era il governo Berlusconi.

Varate le primissime misure di tagli alla spesa dei ministeri: Presidenza del Consiglio e Ministero dell'economia e delle finanze, per ora solo le due strutture guidate dal premier, tagliano del 20% i dirigenti e del 10% gli altri organici, nella speranza che altri seguano l'esempio. Non è chiaro, infatti, se verrà previsto o meno un taglio obbligatorio. Accorpati alcuni enti: i Monopoli di Stato all'Agenzia delle dogane, l'Agenzia del territorio all'Agenzia delle entrate. Avviate le prime dismissioni: cessione alla Cdp delle quote statali in Fintecna, Sace e Simest (10 miliardi per la riduzione dello stock di debito), e costituzione di un fondo immobiliare al quale verranno conferiti tutti gli immobili pubblici, sia dello Stato che degli enti locali, per la loro valorizzazione e vendita. L'impostazione del decreto per la crescita è la solita: mobilitare risorse pubbliche esistenti e investimenti privati. Per un totale di 70-80 miliardi (20 miliardi dal Cipe per le infrastrutture), calcola ottimisticamente il ministro Passera. Ma quanti simili annunci abbiamo già sentito in passato? Né è mancato l'ennesimo annuncio di fine lavori (entro il 2013) della Salerno-Reggio Calabria.

I soldi sono sempre gli stessi che girano, si spostano da una parte all'altra per costituire nuovi fondi. Stavolta il "Fondo per la crescita sostenibile" (2 miliardi), finanziato dalla cancellazione di altri fondi e di ben 43 leggi esistenti di incentivi alle imprese. Per il resto, crediti d'imposta (per l'assunzione di personale qualificato; rinviato, invece, quello per l'innovazione); detrazioni fiscali fino al 50% delle spese per ristrutturazioni edilizie e di efficienza energetica; possibilità di emissione di obbligazioni per le piccole-medie imprese; semplificata la costituzione di Srl anche per over 35; agevolazione fiscale sui project bond; e per velocizzare la giustizia civile, previsto un filtro di inammissibilità dei ricorsi.

Tutte micro-misure utili, annunci mirabolanti di decine di miliardi che starebbero per inondare l'economia reale, ma non si affronta il vero freno alla crescita, che continuano ad essere il peso dello Stato, quindi la pressione fiscale e burocratica, e un contesto normativo che fa fuggire gli investimenti anziché attirarli. Vedremo se per quanto riguarda tagli alla spesa e dismissioni si tratta di primi passi, o dei classici "topolini".

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:39:02