Chi gioca sulla pelle di Pietro Ichino

C'è uno scandalo ancora più grande di quello del calcio-scommesse e dei corvi che volteggiano sopra San Pietro e la sua Chiesa. Ed è lo scandalo di una giustizia dove viene rimosso il principio che la "legge è uguale per tutti" e si fissa la regola che la legge viene fatta sempre e comunque da chi è più forte.

Pietro Ichino, da anni minacciato di morte per i suoi progetti di riforma del lavoro, si è chiesto perché mai i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano abbiano emesso una serie di condanne ridotte ai componenti di un nucleo di nuove Brigate Rosse sostenendo che il loro comportamento non comporta finalità terroristiche. Ichino, che era stato minacciato dagli imputati e che si era costituito in giudizio contro di essi, nel corso del dibattimento aveva proposto di rinunciare alla propria costituzione in cambio del puro e semplice riconoscimento da parte dei neo-brigatisti a non considerarlo un bersaglio ambulante da colpire ed abbattere. Ma la sua proposta era stata respinta. Il capo dei brigatisti, Alfredo Davanzo, non solo aveva escluso di fronte ai giudici alcun riconoscimento del diritto di Ichino a vivere in pace, ma aveva ribadito l'intenzione delle Br di considerarlo come l'"esecutore" di un sistema capitalistico di cui, presto o tardi, i militanti si dovranno sbarazzare.

Di fronte alla Corte d'Assise d'Appello di Milano, in sostanza, i nuovi brigatisti hanno emesso la loro "fatwa" nei confronti del parlamentare del Pd trasformandolo in un bersaglio vivente la cui condanna verrà eseguita quando e come meglio decideranno i militanti delle Br in libertà. È stato un comportamento di stampo terroristico quello tenuto dal nucleo degli irriducibili processati a Milano? I giudici lo hanno escluso. E Ichino si è chiesto il perché rilevando ironicamente che se per i magistrati minacciare un assassinio politico non costituisce un comportamento di stampo terroristico vuol dire che il terrorismo nel nostro paese non esiste e che almeno questa piaga è stata risolta. Già, ma perché mai i magistrati milanesi non hanno voluto riconoscere l'aggravante del terrorismo? 

Ichino non lo ha detto. Forse per carità di patria . Ma la risposta è fin troppo evidente. Il processo in cui uno degli avvocati d'ufficio del brigatisti ha rimesso il mandato perché preoccupato per la propria incolumità  si è concluso con un atto di paura. 

Un'ammissione di debolezza di fronte a chi ha sbandierato ed esibito in lungo ed il largo la propria forza. La blanda sentenza è stata dunque un atto di viltà compiuto da alcuni magistrati timorosi anch'essi per la propria incolumità? 

In realtà è stato un atto molto più grave ed inquietante. È stata la dimostrazione che lo stato non è in grado di combattere la battaglia in atto contro un terrorismo che cresce e si alimenta proprio grazie alla debolezza delle istituzioni.

C'è da chiedersi dove siano i difensori della legalità, i sostenitori della giustizia ad ogni costo, i difensori della fermezza senza se e senza ma, quelli che da alcuni decenni non perdono una sola occasione per manifestare la loro impegno nella lotta contro le debolezze e le collusioni dello stato nei confronti della mafia e di ogni tipo di organizzazione criminale.

Dove stanno? Perché non reagiscono alla "fatwa" delle Br contro Ichino ed all'ossequio alla forza dei violenti che si è consumato a Milano ?

Forse risposano. O forse sono impegnati ad organizzare una nuova partita del cuore tra la Nazionale dei cantanti e quella dei Magistrati. Ovviamente per il trionfo della legalità  repubblicana!

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:20:46