Il gioco dell'oca della riforma elettorale

Si dice che le elezioni greche abbiano cancellato l'ipotesi della riforma elettorale in senso proporzionale. E ora si aggiunge che il secondo turno delle amministrative nostrane abbia tolto di mezzo l'idea di sostituire il Porcellum con il doppio turno alla francese. Nell'affermazione c'è sicuramente una parte di verità. Il voto di Atene ha dimostrato senza ombra di dubbio che il ritorno al proporzionale rischierebbe di condannare il paese all'ingovernabilità. Ed il ballottaggio ha confermato che in Italia il rischio del doppio turno è di lasciare a casa quasi la metà degli elettori. Con conseguenze gravi per la tenuta complessiva del sistema democratico (da noi l'assenteismo è una anomalia grave e non, come avviene in altri paesi, una costante niente affatto preoccupante). Ma c'è una parte di verità non detta sui motivi del tramonto del proporzionale e del doppio turno nella discussione sulla riforma elettorale. E questa parte riguarda due questioni su cui si tende a sorvolare. Per non doverle riconoscere ed affrontare. La prima è che se si vuole assicurare la governabilità (ed in una fase di crisi la governabilità è una esigenza più forte della rappresentatività) l'unico sistema elettorale adatto è il maggioritario. Le forme che può assumere il maggioritario, ovviamente, sono molteplici. Ma tutte servono ad assicurare la formazione di un esecutivo scelto direttamente dal corpo elettorale e provvisto dei numeri e dell'autorevolezza necessari per poter guidare il paese. 

Questo non significa che il maggioritario ed il bipolarismo che ne discende siano meccanismi perfetti. Ma anche la democrazia non è un meccanismo perfetto. E fino a quando non se ne inventa uno migliore è bene tenersi stretto il meno peggio. La seconda questione riguarda il doppio turno alla francese. Che viene ora riposto in un cantone non solo e non tanto per la ridotta partecipazione popolare al ballottaggio ma perché in Francia il doppio turno è il meccanismo che permette di far funzionare il sistema costituzionale semipresidenziale voluto dal generale De Gaulle per risolvere i problemi posti dalla Quarta Repubblica proporzionalista e parlamentarista. Il doppio turno senza elezione diretta del Presidente della Repubblica, quindi, è peggio di una contraddizione in termini. E' una sciocchezza. Questo vuol dire che i sostenitori nostrani del doppio turno sono diventati dei presidenzialisti? E che chi fino ad ora si è sempre battuto in difesa della centralità del Parlamento contro i rischi di deriva autoritaria insiti nel sistema presidenziale è stato folgorato sulla strada di Parigi? Niente affatto. Non risulta, infatti, che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, abbia lanciato il fatidico "contrordine compagni" e si sia convertito al sistema francese. E non sembra che i settori tradizionalmente proporzionalisti del suo partito, i dalemiani e gli ex popolari, abbiano compiuto un formale atto di abiura della loro vecchia posizione e siano diventati ferventi sostenitori del bipolarismo maggioritario e dell'elezione diretta del Capo dello Stato. Perché, allora, l'idea del doppio turno alla francese è stata riproposta proprio da chi non ha mai nascosto di sostenere l'esatto contrario? Semplice. Per fare in modo che il dibattito sulla riforma elettorale non produca risultati di sorta e si debba andare a votare con il tanto bistrattato ufficialmente (ma amato sotto banco) Porcellum. A dimostrazione che il gioco in atto è quello dell'oca. In cui si torna sempre al punto di partenza.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:23:14