Cosa fare con questa Grecia

Dalla Grecia, ormai, non possiamo attenderci alcun cambiamento. Le elezioni anticipate sono state fissate al 17 giugno. Ma è molto difficile, se non impossibile, veder sorgere una maggioranza in grado di formare un governo stabile.

I sondaggi di questa settimana danno in testa la coalizione Syriza, composta da vari gruppi della sinistra massimalista, tutti convinti a respingere il piano di austerity richiesto da Unione Europea, Bce e Fondo Monetario Internazionale (la "troika") in cambio della prossima tranche di aiuti. È lecito prevedere che Atene sia destinata a non trovare una soluzione politica, a respingere le misure richieste dalla "troika" e a far bancarotta per esaurimento delle risorse pubbliche, probabilmente entro un mese e mezzo.

In questa condizione è solo l'Unione Europea che ha ancora una possibilità di scelta. Su cosa fare della Grecia. Lungi dall'avere un parere unanime, l'Eurogruppo (la riunione del consiglio dei ministri delle Finanze), la Commissione e i principali governi nazionali dei 27, si dividono fra "falchi" e "colombe". I primi prendono almeno in considerazione l'idea che la Grecia esca dall'eurozona, se non rispetta gli accordi. I secondi vogliono aiutare Atene a restare nella valuta comune, anche rinegoziando i termini della "troika". In quest'ultimo gruppo si iscrivono il presidente dell'eurogruppo, Jean Claude Juncker e il presidente francese François Hollande. Il governo italiano è sicuramente più vicino a questa posizione. Nel gruppo dei "falchi" troviamo invece la cancelliera tedesca Angela Merkel e il commissario all'Economia Olli Rehn. A dividere i due gruppi vi sono soprattutto interessi nazionali. Juncker (lussemburghese) ne è relativamente esente. Ma è anche in uscita e non gli costa molto atteggiarsi a "colomba". Hollande vuol fare della Francia la capofila di un'Europa che punti alla "crescita" (alimentata dalla spesa pubblica e da una politica monetaria inflattiva). Italia, Spagna e Portogallo, invece, temono l'uscita della Grecia dall'eurozona, perché poi verrebbero visti dai mercati internazionali come le prossime pedine del domino e subirebbero il contraccolpo peggiore.

Dall'altra parte della barricata, Paesi con i conti pubblici in ordine, come la Germania, la Finlandia (da cui proviene Olli Rhen), la Svezia e l'Olanda, sono i più duri nel chiedere alla Grecia il rispetto delle regole, perché non vogliono pagare per gli errori altrui. Un salvataggio della Grecia non è gratuito: solo l'attuale tranche prevista dalla "troika", ammonta a 130 miliardi di euro. Una cifra che non sarebbe neppure sufficiente a evitare il default, nel caso Atene non provveda a drastici tagli già nei prossimi mesi. Una decisione europea non verrà presa fino al prossimo luglio, probabilmente. Perché è solo da luglio che entrerà in funzione il Meccanismo di Stabilità Europea, un fondo comunitario che sarà in grado di salvare le banche più esposte ad un eventuale disastro greco.

Ma la crisi di Atene sta procedendo con una rapidità tale che anche luglio potrebbe essere troppo tardi. Christine Lagarde, presidente del Fmi, invita a prendere in considerazione un'uscita "controllata" della Grecia dall'euro. Avrebbe certamente ripercussioni gravi sui Paesi più fragili, ma eviterebbe un disastro ancora peggiore. Forse è questa l'unica voce della ragione.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:36:17