La città non è di tutti. Le case sono di chi le possiede
Foto: Ansa

La politica limita la libertà di costruire e affittare, poi usa l’emergenza abitativa per giustificare nuovi vincoli.

“Di chi sono le nostre città?”, domanda Lara Tomasetta su The Post Internazionale. Quel “nostre” contiene un’insidia: suggerisce che la città sia un patrimonio collettivo sul quale il potere pubblico possa esercitare una sovranità distributiva. In realtà, una città è fatta di proprietà, contratti e investimenti. Le abitazioni non appartengono al sindaco, ai comitati o a chi reclama di abitarvi, hanno proprietari. La proprietà pertanto non è un permesso revocabile per decisione politica.

L’inchiesta racconta due pensionati genovesi che hanno affittato una casa. L’inquilina ha smesso di pagare; loro continuano a sostenere imposte e spese, mentre attendono di riavere il bene. Forse non lo affitteranno più. Non per affittare ai turisti, ma per evitare rischi difficili da contenere. Eppure, la risposta politica è quasi sempre la stessa: nuovi incentivi, controlli, obblighi. Si rende meno sicuro affittare e poi si accusa il proprietario che rinuncia a farlo.

Il meccanismo si ripete da decenni. La politica irrigidisce il contratto, ostacola il recupero dell’immobile, aumenta il costo di possederlo e restringe gli usi consentiti. Quando l’offerta si contrae, accusa il mercato e chiede altri poteri. L’insuccesso delle restrizioni, tuttavia, non induce la politica a riconsiderarle, ma diventa il pretesto per introdurne di nuove. In nome della tutela degli inquilini si moltiplicano così vincoli che scoraggiano i proprietari e restringono ulteriormente l’offerta di abitazioni. Chi crea ostacoli si proclama – paradossalmente – l’unico capace di rimuoverne gli effetti.

Il contratto di locazione dovrebbe nascere dall’accordo: un proprietario concede l’uso di un bene in cambio di un corrispettivo. Già Luis de Molina, tra i maggiori esponenti della Scuola di Salamanca, distingueva il trasferimento della proprietà dalla concessione del godimento di un bene, riconoscendo alla volontà delle parti un ruolo fondamentale nella determinazione degli effetti del contratto. Il legislatore moderno rovescia invece il criterio: le parti firmano, ma durata, facoltà di recupero e scelte essenziali sono ampiamente predeterminate dall’autorità. Il consenso diventa così una formalità; il contratto, quasi un provvedimento pubblico con due firme private.

La medesima logica alimenta la guerra agli affitti brevi. Si parla come se ogni appartamento offerto ai turisti fosse stato sottratto ai residenti. Nondimeno, vietare una destinazione non ne crea automaticamente un’altra: il proprietario può vendere, usare personalmente o lasciare vuoto il bene. Anche qualora il divieto aumentasse l’offerta, rimarrebbe la domanda: con quale diritto un assessore decide quale uso privato sia più meritevole? Altrimenti l’immobile è del proprietario per i costi, ma del Comune per le decisioni.

Juan de Mariana, altra figura di spicco della Scuola di Salamanca, denunciava i tributi aumentati secondo “la volontà e il capriccio dei re”, senza il consenso dei cittadini. Il suo bersaglio era il fisco; il principio conserva tuttavia intatta la sua validità: invocare l’interesse generale non conferisce al potere il diritto di disporre dei beni altrui. Oggi nessuno deve proclamarsi padrone delle case: bastano imposte punitive, destinazioni obbligatorie, autorizzazioni e divieti. Si conserva il titolo di proprietà, svuotando progressivamente le facoltà che lo rendono effettivo.

Si invoca il “diritto alla casa”. E, nonostante ciò, il bisogno di un alloggio, per quanto serio, non attribuisce un titolo sull’immobile di un altro. Neppure una maggioranza può trasformare un’esigenza in un comando al proprietario. E trasferire il costo sul bilancio pubblico non rende libera la solidarietà: significa finanziarla mediante prelievi obbligatori. Come ha ammonito Milton Friedman, “ognuno deve essere libero di fare del bene, ma a proprie spese”. La solidarietà è una scelta individuale, non una licenza concessa alla politica per disporre del patrimonio altrui.

Alla scarsità si dovrebbe rispondere lasciando costruire, trasformare, recuperare e affittare. Invece amministrazioni e legislatori pretendono di stabilire dove, quanto e come edificare. Né l’alternativa alla pianificazione coercitiva è il caos. Proprietari e vicini possono infatti accordarsi su altezze, destinazioni e caratteristiche degli edifici, negoziare servitù e limiti reciproci, anche dietro corrispettivo. Una regola concordata vincola chi la sceglie; un decreto si impone anche a chi non vi ha consentito. Si tutelano i vicini dalle violazioni dei loro diritti, non dall’uso legittimo dei beni altrui. Ludwig von Mises ha colto, da par suo, il punto: “Anche se ne conservano il nome, queste riforme tendono a sostituire la proprietà privata con quella pubblica”.

Il socialismo abitativo lo dimostra: ai proprietari restano imposte, manutenzioni e rischi, mentre la libertà di disporre dei propri beni si restringe progressivamente. Gli amministratori, senza investire un centesimo di tasca propria, pretendono di decidere come debbano essere impiegati i risparmi altrui. La cosiddetta politica della casa si trasforma così in una politica contro chi una casa la possiede. Le conseguenze di questa ingerenza si riflettono inevitabilmente anche sui prezzi. Quando l’offerta non riesce a soddisfare la domanda, i canoni aumentano. I prezzi, dunque, non creano la scarsità: la segnalano. La politica, invece di rimuovere gli ostacoli che impediscono al mercato di rispondere, pretende di correggerne i segnali attraverso nuovi controlli e restrizioni. Il risultato è un’offerta ulteriormente scoraggiata, accompagnata dalla crescente pretesa di decidere amministrativamente chi possa accedere alle abitazioni disponibili. Il desiderio di vivere in un determinato quartiere viene così trasformato in una rivendicazione nei confronti di chi vi possiede un immobile. E il cosiddetto diritto alla città finisce per diventare il diritto di comandare nella casa altrui.

Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 10:16