La nuova frontiera dell’industria italiana è sotto il mare
Giorgia Meloni al Forum Risorsa Mare di La Spezia (Ansa)

In che modo l’Italia può trasformare la sua posizione nel Mediterraneo in un vantaggio industriale anche sotto la superficie del mare, dove si estendono infrastrutture strategiche e si sta formando un mercato sempre più ampio che interessa energia, telecomunicazioni e difesa?

L’ultimo Rapporto nazionale sull’economia del mare di Unioncamere stima in 78,9 miliardi di euro il valore aggiunto diretto dell’intera economia marittima italiana. L’impatto è ancora più ampio se si considera che, secondo Unioncamere, per ogni euro speso direttamente nella filiera del mare “se ne attivano altri 1,8 nel resto dell’economia”. Numeri che aiutano a spiegare l’attenzione crescente del Governo anche verso il comparto subacqueo.

Il 17 settembre Giorgia Meloni è intervenuta al Forum Risorsa Mare di La Spezia, dove ha indicato lo sviluppo della dimensione subacquea e la protezione delle infrastrutture strategiche tra le priorità del Governo. La posizione geografica dell’Italia, ha osservato la presidente del Consiglio, può rafforzare il ruolo del Paese come collegamento tra Europa, Africa e mercati orientali.

Al Forum è intervenuto anche il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, che ha insistito sulla necessità di rafforzare il ruolo italiano nel Mediterraneo. La partita riguarda l’economia, ma sempre più direttamente anche la sicurezza nazionale. Il ministro ha richiamato la tradizione marittima italiana ricordando la battaglia delle Egadi del 241 avanti Cristo, che segnò l’affermazione di Roma come potenza navale. Secondo Musumeci, l’Italia deve tornare a esercitare un ruolo centrale nel Mediterraneo, mantenendo un “rapporto di grande dialogo con i Paesi bagnati dal mare” e investendo in “infrastrutture, tecnologie e risorse umane”.

Una componente importante di questa strategia è il disegno di legge sul riordino della portualità, attualmente all’esame della Camera, che mira a rafforzare il coordinamento degli investimenti nei porti. La deputata Maria Grazia Frijia, relatrice del provvedimento, ha spiegato che “la portualità deve essere considerata a pieno titolo una politica industriale nazionale” e invita a “non considerare il mare come una somma di settori distinti, ma come un grande ecosistema economico nel quale porti, industria, logistica, nautica, subacquea, energia, innovazione e lavoro concorrono alla crescita del Paese”.

Sul versante industriale, Fincantieri sta ampliando la sua presenza nel mercato della subacquea attraverso acquisizioni che consentono di portare all’interno del gruppo tecnologie finora acquistate da fornitori esterni. Nel 2024 ha rilevato per circa 65 milioni di euro Remazel Engineering, specializzata nelle tecnologie per la produzione di energia in mare. L’anno successivo ha completato l’acquisizione delle attività subacquee di Leonardo, con un investimento complessivo di 415 milioni. Negli ultimi mesi il gruppo ha destinato altri 600 milioni a nuove operazioni, raggiungendo accordi per entrare nel capitale di Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm. Queste operazioni rafforzano la presenza di Fincantieri in attività che comprendono i rilievi dei fondali, le comunicazioni sottomarine e lo sviluppo di veicoli autonomi.

La crescita del settore, tuttavia, non riguarda soltanto i grandi gruppi industriali. Lo sviluppo delle attività subacquee sta creando anche un ecosistema di piccole e medie imprese e nuove aziende tecnologiche. La barriera all’ingresso, però, resta elevata. Infatti, fare ricerca e sperimentazioni richiede competenze specialistiche e capitali difficili da reperire per una piccola impresa.

Anche per questa ragione nel 2023 a La Spezia è stato istituito il Polo nazionale della dimensione subacquea. Il Polo riunisce oggi 260 aderenti tra grandi imprese, piccole e medie aziende, nuove realtà imprenditoriali, università e centri di ricerca impegnati nello sviluppo di progetti legati al mondo sottomarino.

Per Roberta Pinotti, presidente della Fondazione del Polo e già ministro della Difesa, l’obiettivo è portare la ricerca oltre la fase sperimentale. La Fondazione lavora quindi per attirare capitali privati e risorse nazionali ed europee capaci di finanziare il passaggio dalla sperimentazione alla produzione industriale.

La sfida sarà mettere le imprese italiane nelle condizioni di competere in un mercato nel quale le stesse tecnologie trovano applicazione sia nel settore civile sia in quello militare. I finanziamenti pubblici possono sostenere le prime fasi della ricerca, ma il risultato si misurerà nella capacità di trasformare competenze scientifiche e industriali in prodotti, ricavi e quote di mercato.

Aggiornato il 21 ottobre 2026 alle ore 10:56