Il “vizio d’origine” della Bce
Foto: Imagoeconomica

Come d’abitudine, da Francoforte (ma questa volta la riunione si è tenuta a Berlino) è arrivata una decisione sui tassi della Banca centrale europea già ampiamente prevista. Si parlava da settimane, addirittura dal precedente incremento di giugno, infatti, di un aumento settembrino dello 0,25 per cento. E così è stato. Con il risultato che il tasso sui depositi è salito al 2,5 per cento e quelli sulle operazioni di rifinanziamento principali e marginali al 2,65 e al 2,9 per cento rispettivamente.

Per carità, nessuno si attende dalla Bce dei colpi di scena ma assomigliare sempre più a uno studio notarile di se stessa (anche perché nel quartiere sul Meno gli spifferi all’informazione amica a diversi livelli non mancano) non depone favorevolmente sulla immagine dell’istituto, uno dei principali attori europei. Una posizione questa che non tutti i commentatori sposano, va sottolineato, pensando anzi che la mancanza di “effetto sorpresa” sia positiva e dimostri la trasparenza sulle decisioni dell’istituto. Nonostante fosse annunciata, però, la crescita ha avuto le sue conseguenze a caldo – negative – sui mercati, azionari e obbligazionari, e di conseguenza sui titoli (e sull’indebitamento) pubblici. Tanto che un giornale solitamente moderato (e informato) come Milano finanza ha scritto di “tempesta sui bond”.

Formalmente la decisione della Bce non fa una grinza. La situazione geopolitica ha innescato un forte incremento dei prezzi energetici (e non solo) portando l’inflazione in area euro al 3,3 per cento. È vero che si tratta di inflazione importata sulla quale nessun raffreddamento tecnico è possibile, almeno a livello ordinario, ed è vero che i prezzi al consumo di base sono poco sopra il 2 per cento, ma la Bce (come da scuola) ritiene che un intervento sui tassi possa evitare l’effetto moltiplicatore sull’inflazione innescato da una corsa agli aumenti segmentata tanto da poter schizzare – come da qualche previsione – addirittura a un livello tra il 5 e il 6 per cento.

C’è chi accusa la Bce di “fasciarsi la testa prima di essersela rotta” ma ricordiamoci che a Francoforte esitarono a intervenire nel 2021 contribuendo alla successiva fiammata inflattiva e, come dice un altro proverbio, “quando ti scotti una volta poi hai paura anche dell’acqua fredda”. Considerato che la stretta monetaria non può disinnescare le tensioni internazionali e quindi agire sui corsi delle materie prime, energetiche in particolare, per ora tutti (governi, imprenditori, consumatori) hanno sotto gli occhi gli effetti negativi a breve del provvedimento adottato a Francoforte: il rialzo dei tassi a catena scoraggerà investimenti e consumi, che già non vivono un momento felice, tutt’altro. Nel contempo, va detto, la Bce ha adottato un provvedimento moderato e moderata è la restrizione monetaria che ne deriva. Se il percorso a valle del rialzo dei tassi (a cominciare dal comportamento delle banche) dovesse ingrandirne l’effetto relativo, intervenire non è compito, né potere, della Bce.

Ma esistono due altri problemi che non possono più essere sottovalutati a livello di istituzioni europee nel complesso: ne potrebbe andare della loro tenuta. Il primo: le istituzioni sono fatte di persone, ovviamente. E ai vertici europei un problema perenne è quello delle cosiddette sliding doors: saranno pur molto bravi quanti ci si siedono ma di continuo entrano ed escono da un mercato evidentemente troppo poroso. Anche durante la conferenza stampa post-aumento dei tassi sono state rivolte domande alla presidente Christine Lagarde sul suo futuro mentre indiscrezioni sul domani di molti altri componenti del direttorio e di altissimi dirigenti sono all’ordine del giorno di ogni genere di media. Ora, chiacchiericcio giornalistico a parte, un intervento per “raffreddare” il fenomeno dovrebbe essere studiato, e adottato, rapidamente a Bruxelles, non solo per la Bce. Tanto più che i primi a essere coinvolti nel fenomeno delle sliding doors sono numerosi euro-commissari ed euro-parlamentari.

Il problema perenne della Bce, però, quasi un “vizio di origine” è la sua totale mancanza di competenza in relazione alla politica economica. Ribadito anche in conferenza stampa. Ma la stabilità dei prezzi non può rimanere il totem unico della più importante istituzione monetaria europea di fronte agli sconvolgimenti politici accaduti, e più ancora prevedibili, dalla sua nascita. È vero, ad esempio, che la Bce non può tenere conto delle vicende politiche contingenti, ma una situazione così incandescente (a testimoniarlo, pochi giorni fa, la tempesta scoppiata in Germania dopo il voto in Sassonia-Anhalt), con una stagione politica europea lunga davanti, avrebbe bisogno di un cambiamento di passo. Insomma, anche un minimo aumento dei tassi su Paesi sovra-indebitati alle prese con tagli alla politica sociale, necessità di riarmo per non mettere a rischio la propria sicurezza ed esigenze di investimenti ingenti nella innovazione può avere effetti incalcolabili. Basta un urlo per far nascere una valanga. E non si può continuare a tenere la politica monetaria slegata dalla politica economica in un momento di trasformazione epocale come l’attuale. Ma questa è una decisione che non può essere adottata a Francoforte, bensì a Bruxelles e nelle capitali europee. E anche molto rapidamente.

Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 15:28