La tassa sugli extraprofitti, proposta da Italia e altri quattro Paesi Ue per finanziare sussidi contro il caro energia, nasce politica e rischia di ridurre investimenti e offerta.
C’è una tentazione ricorrente che attraversa la politica europea ogni volta che i prezzi salgono e il consenso scende: trasformare il profitto in colpa e la tassazione in soluzione. La proposta avanzata dal ministro Giancarlo Giorgetti insieme ai colleghi di Germania, Spagna, Portogallo e Austria ˗ una tassa europea sugli extraprofitti energetici ˗ si inserisce perfettamente in questo schema. Una risposta semplice, immediata, apparentemente “giusta”. In realtà, profondamente sbagliata.
Le imprese del settore, attraverso Unem (Unione energie per la mobilità), parlano di “sorpresa e sconcerto”. E non senza motivo. Il concetto stesso di “extraprofitto” non appartiene all’economia, ma alla politica: non è una categoria oggettiva, bensì il risultato di una valutazione discrezionale. Quando un profitto diventa “troppo”? Quando lo stabilisce il potere pubblico. È qui che si apre lo spazio dell’arbitrio.
Il nodo, però, è ancora più profondo. Il profitto, anche quando elevato, non è un’anomalia da correggere, è piuttosto un segnale da comprendere. Riflette scarsità, rischio, capacità imprenditoriale, aspettative sul futuro. In un settore come quello energetico ˗ segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi e forte incertezza ˗ colpire i guadagni significa scoraggiare proprio ciò che sarebbe necessario: investimenti, offerta, concorrenza.
Si sostiene che queste risorse servirebbero ad aiutare i consumatori e a contenere l’inflazione. Epperò, qui emerge una contraddizione evidente: si penalizza l’offerta per sostenere la domanda. Un meccanismo che non riequilibra il sistema bensì lo altera ulteriormente. Non a caso, la stessa Commissione europea mostra cautela su tempi ed efficacia di simili interventi.
L’esperienza recente è istruttiva. Il contributo di solidarietà introdotto nel 2022 ha prodotto entrate inferiori alle attese, contenziosi diffusi e applicazioni disomogenee. Anche in Italia, la versione nazionale ha generato incertezza giuridica e conflitti con le imprese. Riproporre oggi lo stesso schema, estendendolo a livello europeo, significa ripercorrere errori già evidenti.
Nel frattempo, i prezzi dei carburanti restano elevati, ma la causa non risiede nei profitti delle imprese. È piuttosto il risultato di fattori reali: dinamiche internazionali, tensioni geopolitiche, vincoli regolatori e peso fiscale. Pensare di affrontare tutto questo con una nuova imposta equivale a scegliere una scorciatoia che rischia di aggravare il problema.
C’è poi un profilo politico tutt’altro che secondario. La tassa sugli extraprofitti viene presentata come un “segnale” ai cittadini. Senonché, quando la politica si limita a inviare segnali anziché affrontare le cause, rinuncia alla propria funzione e si riduce a gestione delle percezioni. È una deriva che svuota la politica economica e la trasforma in comunicazione.
Il punto, allora, è chiaro: il problema non sono gli extraprofitti, ma l’extrapotere fiscale. Un sistema che decide di volta in volta chi debba pagare di più, seguendo il clima politico del momento, mina la certezza del diritto e la fiducia degli investitori. E senza fiducia, non c’è crescita.
Se davvero si vogliono sostenere famiglie e imprese, la direzione è un’altra: ridurre stabilmente la pressione fiscale, rimuovere gli ostacoli regolatori, favorire l’ingresso di nuovi operatori. Non colpire chi produce, ma creare le condizioni perché si produca di più.
Perché ogni volta che si tassa il profitto in nome dell’emergenza, si costruisce la scarsità di domani.
Aggiornato il 08 aprile 2026 alle ore 10:41
