Nel 2006 Warren Buffett dichiarava al New York Times: “There’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning”. La lotta di classe si è conclusa, e il capitale l’ha vinta. Ma questa vittoria inaugura un nuovo conflitto: quello tra i popoli che competono per la produzione della ricchezza, tra le nazioni che sanno generare valore e quelle che si limitano a estrarlo.
In questo scenario l’Italia occupa una posizione singolarmente obliqua. Paese capitalistico per collocazione geopolitica, non ne ha mai interiorizzato la logica profonda: quella della creazione di valore attraverso l’innovazione e il rischio.
Gli italiani abitano il capitalismo come inquilini, non come edificatori; lo subiscono senza praticarlo. La rendita, dunque, non come deviazione patologica, bensì come struttura trascendentale: forma a priori che precede e condiziona ogni comportamento economico, sociale, esistenziale.
La storia economica conferma questa diagnosi. L’accumulazione del capitale italiano avvenne fin dalle origini post-unitarie attraverso l’estrazione di rendita fondiaria, non attraverso l’imprenditorialità industriale. Nel dopoguerra, anziché trasformare le strutture economiche, si consolidò un “compromesso senza riforme” che istituzionalizzò l’intreccio tra potere politico e potere economico. Il capitalismo italiano si configurò così come sistema in cui il successo dipende meno dalla capacità di competere che dalla capacità di accedere alla protezione politica. Quando negli anni Ottanta l’Italia raggiunse la frontiera tecnologica e avrebbe dovuto iniziare a produrre innovazione autonomamente, le sue istituzioni si rivelarono inadeguate. Il risultato è quella che Luca Ricolfi ha definito “società signorile di massa”: una società opulenta che non cresce più, in cui i cittadini che accedono al surplus senza lavorare superano quelli che lo producono.
Ma la rendita italiana non si esaurisce nelle forme economiche classiche. La sua pervasività attraversa l’intero corpo sociale. Il “posto fisso” nel pubblico impiego non designa semplicemente un’occupazione stabile, ma una condizione esistenziale sottratta all’alea del mercato: inamovibilità, progressione per anzianità, pensione garantita.
Non a caso il film di maggiore incasso nella storia del cinema italiano, Quo vado? di Checco Zalone, ha posto al centro della narrazione proprio l’attaccamento morboso al posto fisso: la sua forza satirica risiedeva nel riconoscimento collettivo di un’aspirazione profondamente radicata nell’immaginario nazionale. Non diversamente operano le professioni protette da albi e numeri chiusi: notai, farmacisti, tassisti godono di rendite di posizione garantite dalla limitazione artificiale dell’offerta.
Il sistema pensionistico retributivo ha costituito per decenni un consumo anticipato di risorse future, una rendita prelevata sulle generazioni successive. L’evasione fiscale tollerata configura una rendita negativa: il privilegio di sottrarsi al contributo comune, socialmente accettato quando non apertamente ammirato. Il capitale sociale, le reti familiari, il sistema delle raccomandazioni costituiscono forme di accesso privilegiato che bypassano il merito. L’eredità attesa diviene un vero progetto di vita, l’orizzonte che orienta le scelte e giustifica l’attesa.
Vi sono infine le rendite aspirazionali. L’Italia detiene il primato europeo nel gioco d’azzardo, con una spesa che sfiora i 150 miliardi annui: il Superenalotto incarna la speranza di una ricchezza che non si produce ma si vince. Non è un caso che la fiction più longeva della televisione italiana si intitoli Un posto al sole: non un’impresa da costruire, ma una posizione da conquistare. La rendita come orizzonte esistenziale, prima ancora che economico.
“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”: la sentenza del Gattopardo designa il meccanismo attraverso cui il sistema delle rendite si perpetua adattandosi alle trasformazioni formali. Joseph Schumpeter aveva identificato nella “distruzione creatrice” il motore dello sviluppo capitalistico: l’innovazione che sovverte le posizioni consolidate, premia il rischio, spazza via le rendite di posizione. Ma è precisamente questo meccanismo che il sistema italiano ha neutralizzato.
Le leggi si adeguano agli standard europei, le riforme si succedono, le istituzioni vengono ridisegnate. Eppure, le regole effettive restano immutate. Persino Mani Pulite non produsse una rigenerazione della classe dirigente ma una sua riconfigurazione. Il riflesso gattopardesco continua a operare, come testimoniano i referendum costituzionali del 2016 e del 2026: il “No” al cambiamento come difesa dell’esistente in quanto esistente.
Il capitalismo, per ora, detta le regole del gioco. La competizione tra le nazioni si gioca sul terreno della produzione e dell’innovazione: sono queste le forme che assume oggi la volontà di potenza. Chi non produce è destinato a essere dominato da chi produce. L’Italia continua a giocare una partita diversa, con regole proprie che nessun altro riconosce. Il risultato è un declino che non ha i tratti della catastrofe improvvisa, ma quelli più insidiosi dello scivolamento lento, della marginalizzazione progressiva, dell’irrilevanza crescente.
Aggiornato il 03 aprile 2026 alle ore 10:44
