Guerra in Iran: quanto inciderà lo shock energetico sull’economia reale

Il nuovo shock energetico innescato dall’escalation del conflitto in Iran riporta alla memoria scenari che l’economia globale sperava di aver definitivamente archiviato: le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1980, capaci allora di mettere in ginocchio interi sistemi produttivi e di alimentare un’inflazione fuori controllo, innescando profonde recessioni.

A tale riguardo, occorre porsi delle domande inerenti al fatto se anche oggi questo timore sia fondato e soprattutto se siamo davvero esposti agli stessi rischi sistemici di mezzo secolo fa.

Dal 28 febbraio, data di inizio delle ostilità, i prezzi di petrolio e gas hanno registrato una crescita repentina, alimentando l’allarme di analisti e commentatori.

Il riflesso condizionato è inevitabile, ossia che l’impennata dei costi energetici richiama alla mente gli shock petroliferi del passato, quando la dipendenza quasi totale dagli idrocarburi trasformava ogni tensione geopolitica in una crisi economica globale.

Tuttavia, un’analisi più attenta dei dati suggerisce che il quadro attuale è profondamente diverso e per certi versi meno vulnerabile.

Negli ultimi trent’anni, infatti, si è verificata una trasformazione strutturale dei sistemi energetici e produttivi delle principali economie mondiali.

In Italia, ad esempio, la quota di energia derivante da idrocarburi è passata dall’84 per cento del 1990 al 74 per cento del 2024.

Una riduzione significativa, sebbene non radicale, che segnala un lento ma costante processo di diversificazione delle fonti energetiche.

In Francia il calo è stato più contenuto, dal 51 per cento al 44 per cento, mentre in Germania e nell’insieme dell’Unione Europea si è registrato addirittura un aumento della quota di idrocarburi, a testimonianza di dinamiche nazionali non sempre convergenti.

In sostanza, il vero elemento di discontinuità rispetto al passato non risiede tanto nella quota assoluta di idrocarburi utilizzati, quanto nella loro incidenza sull’economia reale.

Il dato cruciale è infatti quello dell’intensità energetica, ovvero la quantità di energia necessaria per produrre una unità di prodotto interno lordo ed è proprio riguardo a questo fronte che è avvenuta una trasformazione silenziosa ma dirimente.

Invero, dagli anni Ottanta a oggi tutte le principali economie hanno ridotto in modo drastico il fabbisogno di idrocarburi per unità di Pil.

La Cina ha registrato un calo del 73 per cento, la Francia del 67 per cento, mentre Germania, Stati Uniti e Regno Unito si attestano attorno al 60 per cento.

Nell’Unione Europea la riduzione è stata del 45 per cento tra il 1995 e il 2024 e l’Italia, dopo una fase di riallineamento negli anni Novanta dovuta all’aumento del consumo di gas naturale, ha seguito una traiettoria simile, con una riduzione complessiva del 47 per cento rispetto al 1980.

Questo significa, in termini concreti, che oggi le economie avanzate sono molto più efficienti nell’uso dell’energia.

Producono di più consumando meno e questo risultato si è ottenuto grazie a molteplici fattori, come l’innovazione tecnologica, il miglioramento dell’efficienza industriale, la crescita del settore dei servizi rispetto a quello manifatturiero e la progressiva introduzione di fonti energetiche alternative.

La conseguenza di questo cambiamento è tutt’altro che marginale, perché se negli anni Settanta un aumento del prezzo del petrolio si trasmetteva quasi automaticamente ai costi di produzione, generando un effetto a cascata su prezzi al consumo e crescita economica, oggi questo meccanismo risulta attenuato.

Il peso degli idrocarburi sul sistema economico è diminuito e con esso la capacità di uno shock energetico di destabilizzare l’intero ciclo economico.

Non si tratta di una semplice ipotesi teorica, in quanto numerosi studi empirici confermano che, negli ultimi decenni, l’impatto dei rincari di petrolio e gas su inflazione e crescita si è progressivamente ridotto.

Le economie contemporanee appaiono più resilienti, meno esposte a dinamiche inflazionistiche di origine energetica e, in generale, più capaci di assorbire shock esterni.

Ciò non significa, naturalmente, che i rischi siano azzerati, l’energia continua a rappresentare un input fondamentale per il sistema produttivo e un aumento prolungato dei prezzi può comunque incidere su competitività, margini delle imprese e potere d’acquisto delle famiglie.

Inoltre, le differenze tra le diverse nazioni restano significative, in quanto quelle economie più dipendenti dalle importazioni di energia o meno avanzate nel processo di transizione energetica, possono risultare più vulnerabili.

Poi, sussiste un ulteriore elemento di incertezza, legato alla natura stessa della crisi geopolitica in corso, perché se il conflitto dovesse estendersi o coinvolgere aree strategiche per la produzione e il trasporto di idrocarburi, gli effetti sui mercati energetici potrebbero amplificarsi, mettendo alla prova anche la maggiore resilienza costruita negli ultimi decenni.

In questo contesto, la vera linea di demarcazione rispetto al passato non è tanto l’assenza di rischio, quanto la diversa capacità di gestirlo.

Le economie odierne dispongono di strumenti più sofisticati di politica monetaria e fiscale, di mercati energetici più integrati e di una struttura produttiva meno energivora.

Elementi che contribuiscono a contenere gli effetti di uno shock che, pur significativo, appare difficilmente comparabile per intensità e conseguenze a quelli del secolo scorso.

Pertanto, il rincaro degli idrocarburi rappresenta senza dubbio un campanello d’allarme, ma non necessariamente l’anticamera di una nuova crisi sistemica.

Perciò, quanto suddetto rappresenta il banco di prova di un modello economico che, pur restando ancora legato alle fonti fossili, ha intrapreso un percorso di trasformazione che ne ha ridotto la fragilità strutturale.

Al postutto, dopo aver declinato in modo approfondito le differenze tra l’efficienza energetica di oggi e quello dei periodi passati, non resta da capire se l’attuale minore incidenza degli idrocarburi sull’economia reale sarà sufficiente per fronteggiare una crisi geopolitica prolungata o se, al contrario, emergeranno nuove vulnerabilità ancora latenti.

Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 09:54